Alle prime luci dell'alba, un'operazione coordinata su scala europea ha inferto un colpo decisivo a un'associazione criminale transnazionale specializzata nel furto e nel riciclaggio di vetture di alta gamma. L'indagine "Palma", condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Reggio Emilia sotto il coordinamento della Procura locale, ha portato all'esecuzione di 14 misure cautelari – 10 in carcere e 4 ai domiciliari – nei confronti di altrettanti indagati, prevalentemente cittadini di origine slava provenienti da Moldavia, Russia, Romania e Ucraina. Al momento, nove persone sono state arrestate: sei in carcere e tre ai domiciliari, mentre cinque rimangono latitanti, braccati dalle forze dell'ordine in Italia, Spagna e Belgio.

Come in un film Il modus operandi della banda, ricostruito minuziosamente dagli inquirenti, rivela un meccanismo oliato e spregiudicato, degno di un thriller internazionale. I malviventi, agendo come predatori invisibili, frequentavano le riviere e le località esclusive dei VIP – da Forte dei Marmi e Viareggio in Toscana, a Cortina d'Ampezzo nelle Dolomiti – per selezionare i loro bersagli: Range Rover, Lexus e Toyota di valore, parcheggiate con noncuranza nei vialetti di ville e hotel di lusso. Una volta individuata la preda, installavano discretamente "AirTag", i piccoli dispositivi di tracciamento GPS prodotti da Apple, simili a quelli che molti usano per ritrovare le chiavi smarrite. Ma qui, la tecnologia innocua si trasformava in strumento di depredazione: gli AirTag consentivano di monitorare i movimenti delle auto in tempo reale, permettendo ai complici di colpire con precisione chirurgica, anche direttamente nei garage privati delle vittime. La rete delle officine Le vetture rubate – oltre 100 accertate, tra furti in Italia e in Spagna, in particolare a Marbella – non finivano in depositi improvvisati, ma in una rete di capannoni "fantasma" disseminati nelle province di Reggio Emilia, Parma e Cremona. Lì, in officine clandestine attrezzate come veri e propri laboratori criminali, le auto venivano smontate pezzo per pezzo: i componenti di ricambio, dal motore alle sospensioni, erano destinati ai mercati neri dell'Est Europa, dove la domanda di parti per veicoli di lusso è insaziabile. Altre volte, i ladri optavano per una "rinascita" più sofisticata: targhe contraffatte, numeri di telaio alterati con acidi e strumenti elettronici, centraline e chiavi di accensione manomesse per cancellare ogni traccia del furto originale. Il risultato? Un'auto "pulita", pronta per una nuova vita. La spedizione a Dubai Il gran finale del ciclo criminale si consumava nei container del porto di Anversa, in Belgio: le auto riciclate venivano caricate e spedite verso Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove il mercato del lusso secondario assorbe senza troppe domande veicoli di questo calibro. Un flusso costante, che secondo gli inquirenti avrebbe generato proventi per almeno 10 milioni di euro negli ultimi anni. E il denaro? Non circolava in banconote sporche di benzina, ma in criptovalute: stable coin ancorate al dollaro USA, convertite poi in contanti fisici attraverso exchange anonimi. Una scelta astuta, che complicava il tracciamento e legava l'operazione al mondo impalpabile della finanza digitale. Tutto cominciò così L'indagine è partita a febbraio 2024 da un'intuizione dei Carabinieri della Val d'Enza, una valle emiliana di campagna e industrie, dove un'anomala ondata di furti di auto di alta gamma aveva lasciato una scia di veicoli "cannibalizzati" nei campi e nei boschi. Da un singolo autore identificato, gli investigatori hanno scalato la piramide del sodalizio, scoprendo un'organizzazione fluida e nomade: i membri, tra cui il capo che risiedeva nel Reggiano prima di spostarsi a Cremona, si muovevano come "fantasmi", senza fissa dimora, appoggiandosi a reti di sodali e amici per non lasciare tracce. Per la prima volta nella provincia, è stata creata una "squadra investigativa comune", un pool interforze solitamente riservato a inchieste su mafia e riciclaggio internazionale. A "Palma" hanno collaborato la Guardia Civil spagnola (UCO), la Polizia Federale belga, Europol ed Eurojust per il coordinamento europeo, e il Comando Carabinieri Antifrode Monetaria di Roma, con focus sulla sezione Criptovalute. L'operazione ha coinvolto 16 perquisizioni tra Italia e Spagna, con sequestri significativi: 40.000 euro in contanti, 171.000 dollari in criptovalute (equivalenti a circa 140.000 euro), quattro auto rubate recuperate in provincia di Reggio Emilia, e i sigilli a capannoni e attrezzature. Il Gip del Tribunale reggiano ha disposto il sequestro di beni per un equivalente di 2 milioni di euro, un duro colpo al patrimonio illecito della banda.