di
Alessio Cozzolino
Uno studio francese fa luce sulle modalità in cui gli esseri umani hanno guidato l'evoluzione degli animali domestici e selvatici nel tempo. Il Medioevo ha segnato l'inizio di un fenomeno inatteso: il cambio delle dimensioni della fauna (incentivato dagli esseri umani)
Se un viaggiatore nel tempo pre-medievale potesse osservare gli animali che popolano oggi il nostro mondo, resterebbe attonito. Probabilmente ripeterebbe la frase più cara a ogni passatista: «Ai miei tempi la natura era diversa». E ne avrebbe ben donde: nel corso dei secoli, l’uomo ha fatto crescere le dimensioni degli animali domestici e rimpicciolire quelle delle specie selvatiche. Lo afferma uno studio del CNRS e dell’Università di Montpellier, pubblicato pochi giorni fa su PNAS.
Il backgroundPrima di stabilirlo, gli scienziati d’oltralpe hanno incrociato una mole enorme di dati: qualcosa come 225.000 ossa provenienti da 311 siti archeologici della Francia Mediterranea, collocabili in un arco temporale di 8.000 anni (suddiviso in quattro sottofasi: Neolitico, Età del Bronzo, Tardo Antico e Medioevo). Dalle analisi è emersa un’evidenza solida: per millenni, specie selvatiche (cervi, lepri e volpi) e domestiche (capre, conigli, maiali, pecore e polli), hanno seguito traiettorie evolutive parallele. In altre parole, le loro dimensioni corporee, almeno fino al Medioevo, aumentavano o diminuivano in simultanea, come risposta a cambiamenti climatici e ambientali comuni.






