di
Ilaria Sacchettoni
Spunta l’ombra di un allevamento abusivo, una sorta di mistica dell’addestramento di cani votati ad uccidere e una chiara sottovalutazione delle misure di sicurezza nell'inchiesta sulla morte di Paolo Pasqualini
Sbranarono il giovane Paolo Pasqualini mentre correva nel verde di Manziana (era l’11 febbraio 2024) ma i tre rottweiler di Giovanna e Patrizio Pintus, imputati al processo che inizierà il prossimo 13 novembre, seguirono istinto e pulsioni naturali che li volevano addestrati ad uccidere. Lo squarcio nella rete della villetta dei proprietari, accusati ora del solo omicidio colposo, è solo parte della storia. Dalla documentazione della Procura di Civitavecchia, infatti, affiora anche altro: l’ombra di un allevamento abusivo, una sorta di mistica dell’addestramento di cani votati ad uccidere e una chiara sottovalutazione delle misure di sicurezza.
Allevamento di «bestie killer»Una serie di foto, tratte dal profilo Facebook di Patrizio Pintus, denuncerebbero l’esistenza di altre bestie della stessa specie. Almeno otto rottweiler microchippati e allevati alla maniera di Apollo, Aron e Aria, killer di Pasqualini. Patrizio Pintus ne parla sui social affermando, tra l’altro, di «avere 4 rottweiler con un quinto in arrivo dalla Serbia». Altri giovani esemplari della stessa specie erano già sotto custodia. Nulla in quelle parole corrobora l’idea, successivamente veicolata ai pm, «di un rapporto amoroso con il proprietario». Se, in seguito alla morte del giovane, i Pintus cercarono di descrivere i propri cani come bestiole pacifiche, foto e didascalie dei rottweiler parlano chiaro. Definizioni come «tridente d’attacco», riferito al terzetto di cani immortalato, evocano un allevamento di bestie killer ben più che animali addomesticati.







