Luigi Zanda, uno dei fondatori del Pd pure lui, di provenienza però democristiana e non comunista, parlandone al Corriere della Sera ha riconosciuto a Pier Luigi Bersani il merito, l’onestà, il realismo e quant’altro di avere ammesso, parlandone a sua volta qualche giorno fa a Repubblica, che «al campo largo manca un progetto per l’alternativa». Che è quindi perseguita solo a parole, puntando sulla distrazione di un elettorato per niente distratto invece. Che nelle Marche, per esempio, ha contributo direttamente dalla sua tradizionale posizione di sinistra a fare rivincere la destra votandola. «Io - ha osservato l’ex senatore, ex capogruppo del Senato ed ex tesoriere del Pd, per non risalire anche alla sua collaborazione e amicizia con Francesco Cossiga - non ho paura delle scissioni di gruppi di parlamentari, ma delle scissioni dell’elettorato, che sono molto più pericolose».
In effetti i voti che da sinistra vanno direttamente a destra non vi ritornano, come la buonanima di Giulio Andreotti riteneva che accadesse a quelli che dalla sua Dc andavano al Movimento Sociale di Almirante in qualche occasione regionale o nazionale. L’elettorato del Pd, di provenienza sia democristiana sia comunista, si è accorto prima ancora che glielo spiegasse il mio amico Zanda che al Nazareno non si può avere una linea politica univoca «se la priorità è quella di andare d’accordo con alleati che hanno idee molto diverse». «Noi dobbiamo sapere - ha aggiunto o spiegato Zanda centrando il problema e la persona- che Conte non avrà pace fino a quando non verrà incoronato come capo assoluto del campo largo e che quindi non è un compagno di strada molto affidabile». E neppure, aggiungerei, capace di crescere o solo di resistere elettoralmente.






