Nell’oltraggio alla statua di san Giovanni Paolo II, compiuto non casualmente a Roma, c’è più significato di quanto la vernice spray o la kefiah abbiano potuto esprimere. Sono trascorsi oltre 500 anni dalle tesi di Wittenberg con cui Martin Lutero prendeva come bersaglio il ruolo del Papa. E benché naturalmente, poiché Dio è soprannaturalmente immune alle offese, non si sia potuto realizzare lo sforzo utopico di dare l’assalto all’Onnipotente attraverso il Vicario di Cristo, è emersa visibilmente la linea continua della rivoluzione di cui Papa Pio XII disse che «ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; talvolta l’autorità senza la libertà».

Si avanza per tappe successive: prima va destituito il Pontefice (perché fa da ponte fra il cielo e la terra) con la pseudo-riforma protestante, poi si decapita il re con la ghigliottina durante la Rivoluzione francese, per proseguire abolendo i corpi sociali intermedi e sostituendo il collettivismo alla proprietà privata con il tragico esperimento comunista, che prepara la strada al totalitarismo nazionalsocialista. È un accerchiamento: l’ultimo a essere colpito è il padre, identificato con il patriarcato, la mascolinità tossica, il femminicidio. Così l’individuo, che la Chiesa, il trono, la corporazione, la famiglia, con i limiti delle imprese umane, provvedevano a difendere, si trova nudo di fronte allo Stato onnipotente. Infine ci si aggrega per abbattere anche le istituzioni residue, accusate di razzismo, omofobia o addirittura di complicità con genocidi. Il giudizio è senza appello: i governi sono repressivi, antidemocratici e liberticidi. È il caos, obiettivo ultimo della Rivoluzione.