Le delegazioni di Israele e Hamas si riuniscono da oggi a Sharm el-Sheikh, la località egiziana sul mar Rosso, per provare a tradurre in un accordo concreto il piano in 20 punti presentato il 29 settembre dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla distruzione della Striscia di Gaza. Dopo 24 mesi di conflitto, entrambe le parti hanno manifestato disponibilità al dialogo, sebbene permangano divergenze sostanziali su questioni cruciali. I negoziatori dovranno affrontare nodi complessi: la tempistica e le modalità del rilascio dei 48 ostaggi ancora nelle mani di Hamas, il ritiro delle forze israeliane dal territorio, il disarmo completo dei miliziani palestinesi e la definizione della squadra che governerà Gaza nel periodo post-bellico.Il dialogo si annuncia complicato, anche perché la delegazione palestinese guidata da Khalil al-Hayya, leader di Hamas con base in Qatar, arriva ai negoziati dopo che lo stesso Al-Hayya ha perso suo figlio nel raid israeliano di Doha del mese scorso. La delegazione israeliana ai negoziati in Egitto sarà invece guidata dal ministro degli Affari strategici Ron Dermer, affiancato dall'incaricato governativo per gli ostaggi Gal Hirsch, dal consigliere per la politica estera Ophir Falk e da alti funzionari dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, e del Mossad, l'agenzia di intelligence estera. Secondo fonti palestinesi citate dall'agenzia France-Presse e riportate da Times of Israel, le due delegazioni si troveranno nello stesso edificio a Sharm el-Sheikh, al riparo da cronisti e telecamere.Le questioni militari sul tavoloIl primo punto critico riguarda il ritiro dell'Israel defense forces (Idf), l'esercito israeliano, dalla Striscia di Gaza. Hamas insiste affinché le truppe tornino completamente entro i confini israeliani e si dice disposta al massimo a negoziare una presenza limitata nella zona cuscinetto lungo il confine, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l'Idf rimarrà dov'è finche non verranno liberati tutti gli ostaggi. Secondo la proposta americana, vicina alla linea del governo israeliano, le truppe arretrerebbero solo leggermente durante la liberazione degli ostaggi, conservando una presenza significativa nella Striscia di Gaza. Il ritiro totale sarebbe possibile solo dopo l’entrata in funzione di una forza internazionale di stabilizzazione, ma per Hamas la proposta non è accettabile.Il secondo punto è questione del disarmo di Hamas rappresenta un ulteriore ostacolo apparentemente insormontabile. Per Israele, la demilitarizzazione totale della Striscia è una condizione imprescindibile per qualsiasi accordo di pace. Tuttavia, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il comandante delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, Izz al-Din Haddad avrebbe espresso la disponibilità a consegnare solo una parte degli armamenti all'Egitto e alle Nazioni Unite: lanciarazzi, granate e armi pesanti, ma non i fucili d'assalto. I miliziani, infatti, considerano questi ultimi armi difensive e rivendicano perciò il diritto di mantenerli.Il terzo punto è la liberazione degli ostaggi, chiaramente, intrecciata ai due precedenti. Netanyahu ha ripetuto molto chiaramente che nessuna delle clausole del piano sarà adottata prima del ritorno in Israele di tutti i 48 ostaggi, siano essi vivi o morti. Di questi, solo venti sarebbero ancora in vita. Hamas, consapevole che i rapiti costituiscono l'unica carta negoziale rimasta, ha acconsentito a liberare tutti i vivi e a restituire i corpi degli altri, ma ritiene impensabile farlo prima di aver discusso l'intero accordo e ottenuto garanzie concrete dagli Stati Uniti e dai paesi arabi coinvolti nella mediazione. Il gruppo palestinese ha inoltre comunicato di avere bisogno di più delle 72 ore previste dal piano americano per organizzare la liberazione, dovendo prima rintracciare tutti i carcerieri, dato che gli ostaggi sono detenuti in luoghi diversi da cellule diverse, e poi organizzare materialmente il trasferimento dai tunnel e dai nascondigli sotterranei in cui sono tenuti prigionieri.La governance futura e il nodo politicoLa definizione di chi amministrerà Gaza dopo la fine del conflitto è forse il punto più delicato dei negoziati previsti per oggi in Egitto. Hamas ha dichiarato di essere favorevole al trasferimento del governo della Striscia a un'autorità palestinese composta da tecnocrati indipendenti e sostenuta da paesi arabi e islamici, ma ha fatto intendere di voler mantenere un ruolo nella definizione dell'esecutivo post-bellico. Israele considera questa richiesta irricevibile. Per il movimento islamista, infatti, la posta in gioco è la propria sopravvivenza, non solo sul piano militare ma anche politico. Inoltre, Moussa Abu Marzuk, uno dei membri più anziani del politburo di Hamas, ha ribadito che il gruppo non accetterà mai che siano attori non palestinesi a governare i palestinesi. Il riferimento è al progetto di creare un board of peace gestito da un’autorità internazionale, a cui potrebbe partecipare anche l’ex primo ministro britannico Tony Blair, tra i promotori del piano di pace sostenuto dagli Stati Uniti. Il piano americano prevede inoltre ingenti aiuti umanitari per ricostruire infrastrutture, scuole e ospedali devastati dal conflitto, ma i dettagli sulla distribuzione e la verifica restano vaghi. Anche qui ci sono dissidi: Israele insiste su un controllo stretto per impedire che le risorse non finanzino il terrorismo, mentre i palestinesi chiedono autonomia nella gestione.Sullo sfondo, il tema più ampio del riconoscimento dello Stato di Palestina. All'articolo 19 del piano Trump si legge che lo sviluppo futuro di Gaza e la riforma dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) creeranno le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione palestinese e la statualità, riconosciuta come aspirazione del popolo palestinese. Nonostante la genericità della definizione, Netanyahu difficilmente approverà un simile passaggio. Dopo aver accolto pubblicamente con favore la proposta di Trump durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, il premier israeliano ha diffuso un videomessaggio in ebraico in cui ha assicurato all'opinione pubblica israeliana che uno stato palestinese non ci sarà mai.
Pace a Gaza, i punti su cui si gioca la partita finale tra Hamas, Trump e Netanyahu
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