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Occorre dire la verità, soprattutto quando è spiacevole, urticante, opposta al «politically correct». In Italia e in Europa la piazza è sempre pronta a gridare «Free Palestine», con slogan ripetuti come un disco rotto, secondo un rito che fa di Francesca Albanese (e tutti quelli che la pensano come lei) figure di riferimento. Ma la verità che pochi osano dire — e che tutti gli addetti ai lavori seri conoscono — è che il problema principale sta dentro la politica palestinese, dentro il popolo palestinese: divisioni, violenze e l’incapacità totale, ripetuta e criminale di costruire una classe dirigente orientata alla pace. Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 con la mediazione di Bill Clinton, furono un’occasione storica. Yitzhak Rabin e Shimon Peres portarono Israele a riconoscere l’OLP come interlocutore legittimo. Yasser Arafat firmò a sua volta impegnandosi al riconoscimento di Israele e all’avvio di un’autonomia palestinese in Cisgiordania e Gaza, con un’Autorità Palestinese eletta e progressivo ritiro dell’esercito israeliano. I temi più difficili — Gerusalemme, rifugiati, confini definitivi — sarebbero stati negoziati entro cinque anni. Insomma, la strada verso due Stati fianco a fianco. Ma Arafat, invece di trasformare la firma in un progetto reale, scelse la via del rinvio, dell’ambiguità e, all’ultimo, del "no". Fu la prima occasione storica gettata alle ortiche.







