«I miei genitori erano entrambi insegnanti e mio nonno preside. I miei zii e zie sono professori. Ho grande rispetto per loro e per tutte le persone che lavorano nel settore della cura. Avendo visto quanto impegno ci voglia per stare ogni giorno a contatto con adolescenti, ho capito molto presto che non avrei fatto quel lavoro. È qualcosa che non credo si possa fare per caso: non puoi pensare al fatto che avrai un sacco di vacanze. Sono convinto che questa sia una vera e propria vocazione, quasi una chiamata». Cillian Muphy, dopo l’Oscar per Oppenheimer di Christopher Nolan, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Invece ha deciso di dedicarsi a una storia molto più piccola, che pesca a piene mani dai suoi ricordi d’infanzia. Steve, diretto da Tim Mielants, è l’adattamento del romanzo Shy, di Max Porter, anche sceneggiatore del film, ora su Netflix.
Rispetto al libro di partenza, ambientato nel 1996, il protagonista è il direttore di un istituto che forma giovani ragazzi con problemi comportamentali, Steve appunto, interpretato da Murphy. Un cambio di prospettiva voluto proprio dall’attore: «Nel testo è un personaggio minore, il punto di vista è quello di Shy, il ragazzo che gli chiede perché faccia tutto questo. Con l’autore abbiamo pensato che su schermo potesse essere interessante renderlo una figura più incisiva. Ho sentito forte la responsabilità verso chi fa questo lavoro tutti i giorni. Sono persone sottovalutate e sottopagate, ma resistono, facendo del loro meglio. E il loro compito è importantissimo: sono i custodi della prossima generazione». L’esperienza dei suoi genitori è stata importante per affrontare nel modo giusto il progetto: «Quando ero piccolo non ci pensavo, ma in effetti tornavano a casa dopo essere stati con degli adolescenti tutto il giorno, per occuparsi di noi quattro fratelli. E io ero tremendo, non ho reso il compito facile. Sono figure che proteggono questi ragazzi, nonostante siano in grande difficoltà. Quindi volevo essere assolutamente sincero nel rappresentarli».






