Se ai matrimoni ci vuole un invito, il funerale invece è libero. Aperto a tutti e gratuito, non bisogna nemmeno portare un regalo o versare una quota per la lista nozze. E allora ci si va certamente per sancire la propria vicinanza al defunto, oppure se non lo conoscevamo per testimoniare ammirazione, se magari eravamo dei sottoposti per esprimere il rispetto per il datore di lavoro, ma anche per curiosità morbosa e per fare poi pettegolezzi su chi c’era o non c’era, su quanto piangeva, su com’era vestito — signora mia, eccetera. Oppure, ancora, per fingere una contiguità che non c’era (il morto non può smentire) e approfittarne per far pubbliche relazioni, per intrufolarsi e impostare qualche affaruccio. Il funerale è brodo di coltura dell’arrampicatore sociale che, sino a venti, venticinque anni fa, per farsi bello e pavoneggiarsi per la sua vicinanza al defunto non aveva a disposizione i social, che sono gratis, ma solo i necrologi, magari sul Corriere della Sera che è indubbiamente, per tradizione, il palcoscenico italiano del chi c’è e chi non c’è tra i conoscenti del morto di una qualche fama o lignaggio o potere economico. Indubbiamente costosi questi necrologi, e però anche metro del potere, del fascino, dell’influenza culturale o della posizione sociale del defunto. Io stessa mi sono chiesta se, dopo più di 40 anni a Milano, quando arriverà il fatale momento almeno un necrologio sul Corriere me lo sarò guadagnato. Io comunque non potrò mai venirlo a sapere.