Donald Trump ha sempre avuto un conto in sospeso con le pale eoliche. Quattordici anni fa, quando possedeva campi da golf in Scozia, ad Aberdeen, si oppose ferocemente alla costruzione di un parco eolico offshore che sarebbe stato visibile dalla costa e che, secondo lui, avrebbe rovinato la vista panoramica dei suoi resort. Fece causa, provò a fermare il progetto in tutti i modi, ma perse. Da lì nasce la sua “origin story” contro l’eolico: un’idiosincrasia personale oggi trasformata in una crociata politica. La Casa Bianca ha ingaggiato una vera e propria offensiva contro l’eolico, sospendendo autorizzazioni, bloccando cantieri e arrivando addirittura ad alimentare sospetti pseudoscientifici sugli effetti delle turbine su uomini e balene. Tuttavia quello che potrebbe sembrare l’ennesimo capriccio presidenziale, è invece un tassello di quello che lo storico Nils Gilman ha definito su Foreign Policy «la nuova guerra fredda ecologica». Un conflitto geopolitico mondiale, dove la politica energetica diventa una battaglia sul modello di società da costruire. Da una parte quello che Gilman definisce l’ “asse dell’idrocarburo”, guidato da Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti, che rivendica il primato del fossile come tratto identitario, dall’altra chi punta su rinnovabili e neutralità climatica. Negli Stati Uniti l’offensiva anti-vento ha già prodotto macerie. Revolution Wind, un parco offshore da 4 miliardi di dollari al largo del Rhode Island, è stato fermato quando era ormai all’80% della costruzione: per “sicurezza nazionale”, perché le turbine avrebbero disturbato i radar militari. Nei fatti, una resa politica al fossile che ha fatto perdere miliardi al colosso danese Orsted, che a sua volta ha trascinato il governo americano in tribunale. Il paradosso è che gli Usa, già primo esportatore mondiale di petrolio e gas sotto Biden, stanno diventando un petrostato che rinnega l’energia del vento proprio mentre la domanda di energia cresce, trainata dai data center dell’Ai. La nuova guerra fredda non si combatte solo con droni e missili, ma anche con turbine e trivelle. E il destino della Scozia vista dai fairway di Trump diventa una metafora perfetta, in gioco non c’è più solo la linea dell’orizzonte, ma l’orizzonte stesso del pianeta.
Contro il vento
Donald Trump ha sempre avuto un conto in sospeso con le pale eoliche. Quattordici anni fa, quando possedeva campi da golf in Scozia, ad Aberdeen, si oppose ferocemente alla costruzione di un parco eolico offshore che sarebbe stato visibile dalla costa e che, secondo lui, avrebbe rovinato la vista panoramica dei suoi resort. Fece causa, provò a fermare il progetto in tutti i modi, ma perse. Da lì nasce la sua “origin story” contro l’eolico: un’idiosincrasia personale oggi trasformata in una crociata politica. La Casa Bianca ha ingaggiato una vera e propria offensiva contro l’eolico, sospendendo autorizzazioni, bloccando cantieri e arrivando addirittura ad alimentare sospetti pseudoscientifici sugli effetti delle turbine su uomini e balene. Tuttavia quello che potrebbe sembrare l’ennesimo capriccio presidenziale, è invece un tassello di quello che lo storico Nils Gilman ha definito su Foreign Policy «la nuova guerra fredda ecologica». Un conflitto geopolitico mondiale, dove la politica energetica diventa una battaglia sul modello di società da costruire. Da una parte quello che Gilman definisce l’ “asse dell’idrocarburo”, guidato da Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti, che rivendica il primato del fossile come tratto identitario, dall’altra chi punta su rinnovabili e neutralità climatica. Negli Stati Uniti l’offensiva anti-vento ha già prodotto macerie. Revolution Wind, un parco offshore da 4 miliardi di dollari al largo del Rhode Island, è stato fermato quando era ormai all’80% della costruzione: per “sicurezza nazionale”, perché le turbine avrebbero disturbato i radar militari. Nei fatti, una resa politica al fossile che ha fatto perdere miliardi al colosso danese Orsted, che a sua volta ha trascinato il governo americano in tribunale. Il paradosso è che gli Usa, già primo esportatore mondiale di petrolio e gas sotto Biden, stanno diventando un petrostato che rinnega l’energia del vento proprio mentre la domanda di energia cresce, trainata dai data center dell’Ai. La nuova guerra fredda non si combatte solo con droni e missili, ma anche con turbine e trivelle. E il destino della Scozia vista dai fairway di Trump diventa una metafora perfetta, in gioco non c’è più solo la linea dell’orizzonte, ma l’orizzonte stesso del pianeta.






