“Fermate i mulini a vento. State rovinando la bellezza dei vostri paesi!”, si è presentato così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non appena ha messo piede in Scozia per il bilaterale sui dazi con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che si è tenuto a fine luglio a Turnberry. Un momento a dir poco inusuale per decidere di portare avanti un’arringa contro l’energia eolica, ma che trova il suo senso se si allarga la lente al rapporto che da anni Trump ha, o meglio non ha, con il vento. Andiamo con ordine.Da dove arriva la battaglia di Trump contro le pale eolicheLa battaglia di Trump contro l’eolico affonda le sue radici nel lontano 2013, molto prima che diventasse – a sorpresa – presidente per la prima volta. Una battaglia che aveva un obiettivo molto semplice: evitare che le pale di un parco offshore, cioè costruito in mare aperto, sorgessero davanti al suo resort – con tanto di campo da golf – che si staglia sulla costa occidentale dell’Aberdeenshire. Questa prima battaglia non andò a buon fine per Trump che nel 2015 si vide sbattere la porta in faccia dalla Corte suprema del Regno Unito. Il parco aveva tutte le carte in regola e la sua costruzione proseguì. Uno smacco troppo grande per una persona con un ego smisurato come quello di Trump. “Continueremo la battaglia con ogni mezzo possibile”, commentò allora la Trump Organisation. Promessa mantenuta: da quel giorno la battaglia personale di Donald contro l’eolico si trasformò in guerra aperta.Le pale sono brutte e cattiveFacciamo un salto temporale di dieci anni e arriviamo a questa estate: “Non autorizzeremo la costruzione di alcuna pala eolica, a meno che non ci sia qualche bega legale per cui qualcuno è già in ballo da tanto tempo”, ha dichiarato Trump a fine agosto. Una conferma che ancora oggi per lui le pale e le turbine eoliche rappresentano la quintessenza del nemico. Sono brutte, costose, uccidono gli uccelli (come se la biodiversità fosse una priorità dell’attuale amministrazione) e sono l’emblema di una transizione, quella ecologica, che il presidente vuole dapprima bloccare e poi sovvertire. Da qui, le ultime decisioni di fermare i lavori di alcuni dei più importanti progetti legati alle energie rinnovabili negli Stati Uniti, a partire proprio dagli impianti eolici. Un tentativo per capire quanto in là si possa spingere, stimolandole in prima persona, queste “beghe legali”.Il caso Revolution WindIl caso che più ha stupito gli addetti ai lavori, ma anche politici, economisti e investitori è quello di Revolution Wind, un progetto da 6,2 miliardi di dollari che è stato bloccato il 22 agosto dal Bureau of ocean energy management (Boem), una divisione del dipartimento dell’Interno, su esplicita richiesta presidenziale. Si tratta del primo parco eolico offshore che vede la collaborazione tra stati americani, in particolare Rhode Island e Connecticut, nella regione orientale del New England che si affaccia sull’oceano Atlantico. Un progetto lungimirante, in grado di garantire al contempo energia pulita, a basso costo, “fatta in casa” e quindi sicura, anche in un’ottica “autarchica”. Come piace a Trump. Ciò che però ha lasciato esterrefatti è che l’impianto, i cui lavori sono cominciati nel 2023, fosse ormai completo all’80% e, secondo la società che si sta occupando della sua costruzione – la Ørsted, colosso danese dell’offshore, con la collaborazione di Skyborn Renewables –, sarebbe dovuto entrare in funzione già nel 2026 con una capacità di 704 megawatt (MW), pari al fabbisogno medio di 350mila abitazioni. Un progetto che è stato definito dalla Ørsted un “catalizzatore per la crescita economica” dell’area, con migliaia di posti di lavoro creati e milioni di dollari in investimenti. Eppure, oggi, nel consueto bollettino settimanale sul sito di Revolution Wind si legge, laconicamente, che la società “sta rispettando i termini dell’ordine emanato dal Boem che impone l’interruzione delle attività offshore”. Un ordine ambiguo, peraltro, perché blocca solo le attività “sulla piattaforma continentale esterna” ma non le attività ad essa collegate, cioè quelle “necessarie a rispondere a situazioni di emergenza, a prevenire impatti su salute, sicurezza e ambiente”. Quasi una conferma del fatto che Trump voglia testare le reazioni prima di bloccare tutto.Una sospensione dei lavori che penalizza i cittadini USAReazioni che non si sono fatte attendere. Il gestore della rete elettrica locale, ISO New England, ha reso noto che “ritardare il progetto aumenterà i rischi per l’affidabilità” della rete stessa e “soffocherà i futuri investimenti, aumenterà i costi per i consumatori e comprometterà l’economia della regione, ora e in futuro”. Il dipartimento dell’Energia del Connecticut ha stimato che le bollette dei cittadini potrebbero aumentare, complessivamente, fino a 200 milioni di dollari l’anno senza l’ingresso in rete dell’elettricità prodotta dall’eolico offshore. Che si aggiungono ai quasi 700 milioni di dollari congelati se si vanno a sommare tutti gli investimenti in parchi eolici i cui lavori oggi son fermi al palo.Chi vuole fare causa a TrumpMotivi per cui, come riportato dal sito Politico, i procuratori generali dei due stati coinvolti – Rhode Island e Connecticut – così come le società coinvolte in Revolution Wind, hanno deciso di fare causa al governo federale nel tentativo di annullare l’ordine di sospensione dei lavori. Nei documenti depositati presso la Corte distrettuale della capitale, si legge che “il blocco dei lavori non è valido” ed è persino “arbitrario e di natura capricciosa”. Aggettivi decisamente insoliti da leggere in una causa contro un’amministrazione, ma assolutamente in linea con il carattere di Trump e la sua battaglia donchisciottesca contro i mulini a vento.Il rischio è di colpire anche il libero mercatoUna battaglia, secondo quanto riportato dal Time, che rischia di avere anche un obiettivo decisamente meno estemporaneo e più strategico. Uscendo dalla “bolla climatica”, infatti, “la mossa di Trump” colpirebbe “al cuore il libero mercato e l’iniziativa privata” secondo quanto scritto dal giornalista Justin Worland. Colpire un progetto già in costruzione, peraltro in modo efficiente e rapido, rappresenta un precedente capace di minare le fondamenta stesse del modo in cui le grandi opere infrastrutturali vengono eseguite. E pongono il governo federale davanti a ogni altra autorità competente. Un messaggio, dunque, che non arriva solo agli investitori attivi nel settore delle rinnovabili, ma che arriva – forte e chiaro – a chiunque voglia fare affari in America: “Il successo del vostro progetto potrebbe dipendere da quanto rientra nei favori di Trump”, conclude Worland sul Time.