Avrebbe dovuto essere uno dei più grandi impianti di eolico offshore al mondo. Avrebbe dovuto costruirlo l’azienda più importante del settore. E invece Orsted, una società danese, ha fatto sapere che cancellerà il progetto Hornsea 4, un parco eolico da 2,4 gigawatt al largo della costa dello Yorkshire: i costi di sviluppo sono cresciuti troppo, rendendo l’investimento antieconomico.La cancellazione del progetto complica i piani del Regno Unito per la decarbonizzazione, oltre a essere sintomatico del periodo di crisi generale dell’industria dell’eolico offshore: colpa dell’aumento dei costi di approvvigionamento dei materiali, degli alti tassi di finanziamento e – in ultimo – dell’ostilità del presidente americano Donald Trump, che ha ridotto ulteriormente la fiducia degli investitori.L’eolico offshore è fondamentale per la transizione ecologica ed è radicato in Europa, ma risente comunque delle tensioni internazionali. Questa fase di difficoltà potrebbe avere un impatto anche sull’Italia, che sta cercando di dotarsi di capacità manifatturiera e sta lavorando allo sviluppo di una tecnologia innovativa – l’eolico galleggiante – più adatta alle caratteristiche del mar Mediterraneo.Le difficoltà dell’eolico offshore nel Regno UnitoOrsted, una delle pioniere dell’eolico offshore già dal 1991, ha motivato la cancellazione di Hornsea 4 con la “combinazione” di più fattori negativi che hanno “eroso la creazione di valore” del progetto: l’amministratore delegato ha parlato di “sviluppi macroeconomici avversi”, di problemi alla supply chain e di un “aumento dei rischi di esecuzione, di mercato e operativi”. Eppure il Regno Unito è un mercato stabile, grande – il più grande al mondo, se si esclude la Cina – e che ha puntato convintamente sui parchi eolici in mare per la decarbonizzazione del proprio mix di generazione elettrica: punta a sviluppare in tutto 50 GW di capacità da fonti pulite entro il 2030.Ad aprile il governo di Keir Starmer ha annunciato lo stanziamento di 300 milioni di sterline per supportare lo sviluppo di una filiera nazionale dell’eolico offshore, visto che il paese importa la maggior parte delle turbine e dei cavi che installa negli impianti. Orsted, peraltro, aveva vinto un contratto governativo per la fornitura di elettricità a prezzo fisso da Hornsea 4 per quindici anni: nonostante il contratto risalga appena a un anno fa, il prezzo garantito di 58,87 sterline al megawattora non è già più sufficiente a garantire profitti all’azienda.Un aumento del sostegno economico all’eolico offshore da parte delle autorità sembra essere necessario, anche se potrebbe entrare in conflitto con la promessa di abbassare i prezzi delle bollette alla popolazione. Hornsea 4 non è il primo grande parco eolico a venire cancellato nel Regno Unito: nel 2023 Vattenfall sospese un progetto da 1,4 GW nel Norfolk – chiamato Norfolk Boreas – per ragioni simili di aumento dei costi, riuscendo però poi a venderlo al gruppo tedesco Rwe.L’impatto di TrumpTra tutte le aziende che sviluppano impianti eolici offshore, Orsted è quella che ha cancellato più progetti. Nel 2023 ha abbandonato i lavori per i parchi Ocean Wind 1 e Ocean Wind 2 negli Stati Uniti, dalla capacità combinata di 2,2 GW: anche in questo caso, aveva indicato come cause l’inflazione elevata, la crescita dei tassi di interesse e le strozzature nella filiera.Negli Stati Uniti il settore dell’eolico offshore è ancora emergente. La passata amministrazione di Joe Biden aveva cercato di stimolarlo attraverso una serie di incentivi pubblici, dandosi come obiettivo il raggiungimento di 30 GW entro il 2030. Ma, nonostante il supporto, l’industria faticava a restare a galla per via dei frequenti sforamenti dei costi dei progetti. Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump ha offuscato ulteriormente il quadro: criticando l’impatto paesaggistico delle turbine, nel suo primo giorno da presidente ha firmato un ordine esecutivo per bloccare le autorizzazioni e le concessioni federali ai nuovi impianti eolici in mare. La sua amministrazione si è spinta oltre, sospendendo il progetto Empire Wind della norvegese Equinor nelle acque di Long Island, nonostante avesse già ottenuto i permessi e i lavori fossero iniziati.In ultimo, nella lista dei problemi del settore ci sono le politiche commerciali di Trump. Pur essendo, quella eolica, un’industria più “locale” di altre – le grandi dimensioni delle turbine rendono sconveniente il trasporto su lunghe distanze –, è comunque esposta alle dinamiche globali per quanto riguarda l’approvvigionamento dei materiali di base e dei componenti. I dazi sull’alluminio e l’acciaio, in particolare, rappresentano l’ennesimo fattore di appesantimento dei costi: se ne sono lamentate sia Orsted che l’azienda americana Dominion in relazione alle spese di sviluppo dei parchi offshore; mentre la società danese Vestas, la più grande costruttrice di turbine eoliche al di fuori della Cina, ha detto che le tariffe porteranno a prezzi più alti dell’elettricità per gli utenti finali, sui quali verrà scaricato l’aumento dei costi dei progetti.L’Italia punta sulle tecnologie “galleggianti”In Europa, a metà maggio il governo dei Paesi Bassi ha annunciato il rinvio delle aste per l’eolico offshore a causa dell’assenza di partecipanti: in mancanza di sussidi, aveva detto Orsted, non c’è convenienza.La ritirata delle aziende eoliche dagli investimenti e il contesto internazionale poco favorevole potrebbero ripercuotersi sull’Italia. Le condizioni di partenza, peraltro, sono meno buone rispetto all’Europa settentrionale perché la ventosità del mar Mediterraneo è inferiore a quella del mare del Nord, il che riduce il numero delle aree sfruttabili con profitto. I fondali dei mari italiani, inoltre, sono profondi – spesso già a poca distanza dalle coste – e non permettono l’utilizzo di fondazioni fisse per i generatori.Questo vincolo geologico, in teoria, è aggirabile attraverso una nuova tecnologia, l’eolico galleggiante (o floating): come suggerisce il nome, le turbine eoliche non vengono fissate al fondale ma posizionate su delle piattaforme che galleggiano sull’acqua, stabilizzate tramite un sistema di cavi. L’eolico floating è promettente, ma molto costoso. E serve una filiera che non c’è: Renexia però ha in programma l’apertura di una fabbrica di turbine a Taranto assieme al gruppo cinese Ming Yang, uno dei pesi massimi del settore a livello mondiale. Ming Yang e Renexia collaborano anche allo sviluppo di Med Wind, un parco eolico galleggiante al largo della costa occidentale della Sicilia. Dotato di 156 turbine per una potenza totale di 2,8 GW, è stato descritto come il più grande impianto del suo genere nel Mediterraneo.