Nel quartier generale di Sogno georgiano si festeggia la vittoria alle elezioni locali. Le urne si sono appena chiuse e gli exit poll della tv filogovernativa Imedi vedono Kakha Kaladze trionfante con il 76% dei voti. L’ex calciatore del Milan, membro di punta del partito al potere dal 2012, è stato confermato per la terza volta alla guida della capitale. Nello stesso istante, dopo aver cercato di prendere possesso del palazzo presidenziale, migliaia di manifestanti, sgomberati con lacrimogeni e idranti, hanno trovato riparo a poche centinaia di metri e costruito delle barricate: di fronte a loro, numerose file di poliziotti antisommossa.
Kaladze abbraccia emozionato Bidzina Ivanishvili, l’oligarca già premier e fondatore di Sogno georgiano, il primo responsabile della deriva autoritaria in cui è precipitato il Paese. E mentre continua lo stallo tra manifestanti e forze dell’ordine, i risultati preliminari danno il partito trionfante in tutti i 64 comuni in cui si votava.
Un esito previsto: la maggior parte dell’opposizione ha boicottato le elezioni. In un terzo delle municipalità, Sogno georgiano correva da solo. Il voto arriva un anno dopo le contestate legislative vinte dal partito al potere ma non riconosciute dagli sfidanti, che da allora non hanno messo piede in Parlamento. Alla crisi politica è seguita quella sociale, dopo l’annuncio del premier Irakli Kobakhidze dello stop ai negoziati di adesione con l’Ue, avvicinando il Paese alla sfera russa. Era il 28 novembre 2024, e i georgiani non hanno smesso di protestare neanche un giorno.












