COPENAGHEN. “Dobbiamo porci delle domande su quel che potrebbe succedere tra 10-15 anni, in un’Europa completamente riarmata, se un partito estremista arrivasse al potere. Sono estremamente preoccupato”. Alain Berset è il segretario generale del Consiglio d’Europa, l’organizzazione che promuove i diritti umani e la democrazia, al quale aderiscono 46 Paesi. Al vertice della Comunità politica europea di Copenaghen ha incontrato il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e altri leader per lanciare un allarme legato alle conseguenze del piano di riarmo. “Abbiamo un continente che si sta riarmando in modo molto importante con 800 miliardi di investimenti nei prossimi anni – spiega lo svizzero a La Stampa –. Al tempo stesso, proprio in questo continente, assistiamo a un degrado democratico sempre più forte, legato anche all’espansione dei social network, dell’intelligenza artificiale, dei deepfake. Tutto questo ci preoccupa”. Cosa ha proposto ai leader? “Ho detto loro che la sicurezza deve vista con una prospettiva più completa. Non si può parlare solo di armamenti e di sicurezza militare. Perché tutto ciò non può funzionare se non abbiamo al tempo stesso anche una sicurezza democratica forte, con istituzioni forti, processi politici e democratici solidi”. Il Consiglio d’Europa ha lanciato l’idea di un nuovo Patto democratico per l’Europa: da dove bisogna partire? “Noi proponiamo di sviluppare una convenzione per contrastare la disinformazione e le influenze straniere. E non si tratta affatto di un esercizio teorico, ma di sfruttare le esperienze che abbiamo vissuto in Moldavia, in Romania, in Polonia, ma anche in Germania e in Francia per riflettere insieme su quello che dovrebbe essere il quadro d’azione perché le condizioni di espressione della democrazia sono cambiate”. Quando parla di degrado democratico, parla dei Paesi europei extra-Ue oppure anche di quelli che fanno parte dell’Unione? “Non conosco un solo Paese in cui non ci siano passi indietro dal punto di vista della democrazia. Nessun Paese, nemmeno il mio Paese d’origine che è la Svizzera e che spesso passa per un modello democratico. La situazione è molto diversa da quella di 15 anni fa, anche a causa delle evoluzioni tecnologiche di cui parlavo prima. E tutto ciò ha un’influenza negativa sulla democrazia, sulla divisione delle nostre società, sulla polarizzazione del dibattito, sui discorsi d’odio. È un fenomeno relativamente nuovo e presente ovunque. Non possiamo rimanere fermi a guardare fino a quando avremo perso totalmente il controllo della situazione, bisogna agire”. Il degrado democratico è legato anche all’atteggiamento di chi mette discussione lo Stato di diritto, per esempio criticando il ruolo della Corte europea dei diritti dell’uomo, come hanno fatto alcuni governi, tra cui l’Italia? “Avere un dibattito è normale. Ciò che bisogna ricordare è che lo Stato di diritto è essenziale per l’Europa, l’alternativa è il disordine. Se vogliamo dare prospettive ai cittadini, all’economia, alle imprese, abbiamo bisogno di quadri giuridici stabili, nei quali sono le regole a prevalere. Ci possono essere momenti più difficili, con discussioni più complesse, ma alla fine dev’esserci un’accettazione dello Stato di diritto. Con un potere legislativo che fa le leggi, un esecutivo che governa e un potere giudiziario indipendente che prende delle decisioni individuali caso per caso. Lo stesso vale per la Corte europea dei diritti dell’uomo che è stata uno strumento fondamentale di convergenza nell’applicazione del diritto in Europa”. Gli sviluppi negativi negli Stati Uniti hanno un’influenza anche in Europa? “Gli Usa hanno gli stessi nostri problemi, con una forte divisione della società, la polarizzazione del dibattito, i discorsi d’odio e la violenza politica, sfociata addirittura in omicidi”. L’Ucraina è un Paese che ancora deve fare grandi passi sul fronte dello Stato di diritto, ma si sta rafforzando sempre più da un punto di vista militare: c’è una preoccupazione specifica per Kiev? “In Ucraina, il Consiglio d’Europa ha il piano d’azione più ambizioso mai lanciato in 76 anni di storia. Punta proprio a garantire il funzionamento dello Stato in condizioni di guerra e a preparare il momento delle elezioni per far sì che siano corrette e trasparenti. Lavoriamo nella lotta alla corruzione e per assicurare il funzionamento della giustizia. È un progetto enorme, con un centinaio di persone che lavorano in Ucraina”. Voi avete istituito un registro dei danni in Ucraina e una commissione che deve esaminare le richieste, manca il terzo step che è il fondo per la riparazione: l’uso degli asset russi può essere lo strumento giusto? “Vedremo, ho notato che è estremamente complicato, che i Paesi hanno grandi divergenze e in ogni caso – come è logico – non si potrà uscire dai limiti del diritto internazionale. Tutto questo ovviamente pone dei limiti. Ci sono ancora molte discussioni che devono essere portate avanti e bisogna farlo in modo coordinato”. Crede che alla fine si riuscirà veramente a far pagare i danni di guerra alla Russia? “Non sono un indovino, dico solo che il modo migliore per avanzare è fare un passo alla volta”. Gli Stati Uniti sosterranno il tribunale speciale contro il crimine di aggressione? “Hanno partecipato ai lavori del Core Group e sono ancora a bordo come osservatori, dunque tutte le opzioni sono aperte”.