Spaccare il fronte sindacale. È l’ossessione che attraversa da ore i palazzi della maggioranza. Non si tratta solo di gestire l’ennesima piazza difficile, ma di indebolire l’avversario considerato in questa fase più temibile: Maurizio Landini. A Palazzo Chigi lo guardano ormai come a un leader del centrosinistra più che a un capo sindacale, accusandolo di aver messo in piedi una «campagna politica» mirata a logorare l’esecutivo. E la risposta che Giorgia Meloni e i suoi stanno preparando è di quelle muscolari: sanzioni più pesanti in caso di scioperi dichiarati illegittimi dalla Commissione di garanzia e una narrazione tutta incentrata sullo smascherare il segretario Cgil davanti all’opinione pubblica. Frenata, almeno per ora, l’ipotesi messa sul tavolo da Matteo Salvini di cauzioni per chi organizza manifestazioni violente. Il ragionamento parte da lontano. Landini – dicono nei corridoi di governo – ha fallito la mobilitazione economica, non ha sfondato sul referendum, e ora sfrutta il clima internazionale per cavalcare la tensione. Per alcuni ministri sarebbe il preludio a una sua discesa in campo come federatore del cosiddetto “campo largo”. Non a caso, nelle chat dei membri dell’esecutivo tornano a circolare le parole del novembre scorso, quando il sindacalista invitò alla «rivolta sociale». «Vuole terremotare l’esecutivo», si ripetono tra loro.