Il buio che marca la fine del Kippur è rotto dai lampeggianti delle pattuglie ammassate all’ingresso del porto di Ashdod, il principale scalo navale del Paese a mezz’ora di macchina da Gaza prestato oggi, eccezionalmente, all’affaire Flotilla. I modi della soldatessa incaricata a più riprese di allontanare i giornalisti tradiscono il nervosismo crescente. L’operazione pare essersi conclusa meglio di quanto si temesse, nessun ferito, danni diplomatici limitati, pressoché tutte le imbarcazioni intercettate al largo: altre navi civili però sono in arrivo dalla Turchia e Israele ha palesemente fretta di sbarazzarsi degli ingombranti attivisti, a costo di pagare loro, come sembra, il volo charter da Ben Gurion o dalla base aerea di Roman, vicino Eilat.

Nuova Flotilla: in viaggio verso Gaza 45 barche dalla Turchia in sostegno alla missione umanitaria

«Con grande ritardo sono stati fatti entrare quindici miei colleghi avvocati, tutti senza cellulare» racconta Rawan Eghbariah, legale di Adalah, l’ong che offre assistenza agli oltre 450 fermati, tra cui almeno 46 italiani. Aspetta da ore all’esterno della cancellata oltre cui svettano gigantesche gru: alle 18 tre blindati con le grate ai finestrini sono usciti e hanno puntato verso Sud, lasciando presupporre che un primo piccolo gruppo sia stato portato al carcere di Ketziot, nel circondato di Be’er Sheva, dove, secondo il Times of Israel sarebbe stato allestito un tribunale ad hoc per chi rifiuta l’espulsione volontaria e si sottopone ad un rapido processo per ingresso illegale nel Paese. Ashdod si sveglia piano dal giorno dell’espiazione, le biciclette filano ancora indisturbate sulle strade vuote lungo la spiaggia, i ristoranti accendono le insegne preparandosi al pienone. Quello della Flotilla è un rumore di fondo, molto meno sentito qui del sibilo del razzo lanciato da Gaza mercoledì sera e già rivendicato dalle Brigate Ezzedin Al Qassam, il braccio armato di Hamas. «Mi piacerebbe dire ai miei coetanei sbarcati con la kefiah al collo che ogni Paese dovrebbe curarsi dei propri affari interni perché a interferire con quelli altrui si rischia di creare problemi proprio nel momento in cui la comunità internazionale sta provando a trovare una soluzione a questa guerra infinita» ragiona il cuoco Leon, 22 anni, dietro i fornelli del Pavella, la marina di Ashdod. È stato a Gaza un anno fa, in divisa: «Laggiù è un inferno, non ho altre parole. Vorrei che i palestinesi avessero un Stato a patto che fosse ben separato dal mio in modo tale da non dover vivere continuamente sotto tiro, sono nato qui, sono abituato alle sirene d’allarme ma vorrei che qualcuno si mettesse nei miei panni, nei nostri».