Come in uno scherzo della storia, è Tel Aviv – la maggiore città ebraica del mondo – a ospitare il maggiore numero di edifici Bauhaus, il più famoso stile architettonico tedesco. Sono infatti oltre 4000 le costruzioni della principale città israeliana figlie della scuola di Walter Gropius che rivoluzionò architettura, arte e design con principi basati su funzionalismo ed essenzialità. L’avanguardia che in Germania – dal 1919 al 1933 - trasformò il concetto dell’abitare con edifici proiettati nel futuro. A Tel Aviv va in scena la seconda stagione del Bauhaus tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Perché in Germania il movimento di Walter Gropius è preso di mira dal nazismo come arte degenerata: etichetta affibbiata a tutte le avanguardie che negli anni Venti avevano trasformato Berlino nella capitale culturale d’Europa. Dopo l’ascesa al potere di Hitler, il Bauhaus diventa un bersaglio e deve cessare ogni attività anche per la furia antisemita del nazismo.

© Marco Moretti

Casa Bauhaus a Tel Aviv (foto Marco Moretti) Walter Gropius viene da una famiglia della borghesia tedesca, o comunque ariana – la madre è erede degli ugonotti francesi, ma molti degli architetti del Bauhaus sono ebrei e, prima che Hitler chiuda loro le frontiere, hanno la saggia idea di emigrare in Palestina, nelle terre desertiche a ridosso di Jaffa comprate da Rothschild e dagli altri sionisti dove dal 1909 si sta sviluppando la nuova città ebraica di Tel Aviv. A Jaffa sbarcano quattro allievi ebrei di Gropius. Arieh Sharon è il più significativo: autore di 600 progetti, dei più importanti edifice pubblici e – su incarico di Ben Gurion - del piano urbanistico del nuovo Stato di Israele. Poi Munio Gitai-Weinraub, Shmuel Mestechkin e Shlomo Bernstein. Diventano maestri e avanguardie delle decine di altri architetti che raggiungono Tel Aviv da tutta l’Europa inseguendo l’utopia di costruire dal nulla una città ideale. Qui sviluppanno lo stile Bauhaus in nuovi modelli abitativi che tengono conto del clima torrido e dell’influsso mediorientale. I loro progetti usano materiali locali, hanno balconi a nastro, terrazze abitabili, giardini più tropicali che mediterranei e fontane. Edifici sempre bianchi che varranno a Tel Aviv il soprannome di ‘Città bianca’ e porteranno l’Unesco nel 2003 a riconoscerne l’unicità architettonica dichiarando patrimonio dell’umanità il suo insieme urbanistico Bauhaus.