Chirurgia interventistica in affanno rispetto alla domanda di cure: la metà dei pazienti che avrebbero bisogno di una Tavi, e cioè la sostituzione transcatetere di valvola aortica grazie a una procedura mini-invasiva che è l’alternativa d’elezione all’operazione a cuore aperto, restano esclusi dalla procedura pur essendo clinicamente candidabili. Anche su questo fronte quindi il Servizio sanitario nazionale presta il fianco al nodo liste d’attesa: sono 10mila i malati che aspettano a fronte di un numero di interventi che non cresce, fermo com’è a quota 13mila Tavi “fatte” nel 2024. Non solo: resta ampia la disparità regionale registrata negli anni passati.
Le proposte
Queste le principali criticità messe in luce in occasione del congresso a Milano della Società italiana di Cardiologia interventistica Gise, che nell’ottica di colmare il fabbisogno insoddisfatto di cure appropriate confeziona varie ipotesi, tra cui quella che dei pazienti accuratamente selezionati possano essere trattati in modo sicuro ed efficace anche in ospedali senza cardiochirurgia in sede.
Su questi aspetti, i ricercatori italiani sono in prima linea con due studi: il registro multicentrico Tavi At-Home e lo studio internazionale Tracs, parzialmente finanziato dal ministero della Salute, il primo studio randomizzato al mondo che punta a valutare questa ipotesi. Se confermata, si potrebbero attenuare le attuali disparità di accesso e ridurre i tempi di attesa che mettono a rischio la vita dei pazienti. Una soluzione tanto più importante ora, dal momento che le nuove linee guida Esc/Eacts 2025 hanno abbassato a 70 anni la soglia di età per la Tavi e ne raccomandano l’impiego anche nei pazienti asintomatici con stenosi severa, rafforzandone il ruolo di prima scelta nella maggior parte dei pazienti con stenosi valvolare aortica.






