Un paradosso clinico che per decenni ha lasciato perplessi i medici e messo a rischio la vita di migliaia di persone. Un paziente, morso da un letale mamba nero, arriva in ospedale paralizzato. Gli viene somministrato l’antidoto, e i muscoli iniziano a riprendere tono, un segno di speranza. Ma poco dopo, l’inferno: il corpo viene scosso da spasmi dolorosissimi e incontrollati, una crisi inspiegabile che a volte porta alla morte. Qual era la causa di questo terrificante peggioramento?

Un nuovo, fondamentale studio condotto da un team di ricerca internazionale guidato dall’Università del Queensland, in Australia, ha finalmente risolto questo “mistero clinico di vecchia data”. E la risposta è tanto affascinante quanto inquietante: è proprio l’antiveleno, la cura, a scatenare la seconda, nascosta fase dell’avvelenamento. Gli scienziati hanno scoperto che il veleno dei mamba (ad eccezione del mamba verde orientale) possiede una doppia azione neurotossica. La prima, più immediata, è di tipo postsinaptico: le tossine bloccano i segnali nervosi dopo la sinapsi (il punto di contatto tra i neuroni), impedendo ai muscoli di contrarsi e causando una paralisi flaccida.

Ma all’interno del veleno si nasconde una seconda componente, presinaptica, che agisce in modo opposto, causando un’eccessiva stimolazione dei nervi e quindi una paralisi spastica. Questa seconda tossina, però, rimane “latente”, ovvero nascosta e inattiva. “Gli attuali antiveleni possono curare la paralisi flaccida”, ha spiegato il professor Bryan Fry, a capo del team di ricerca. “Ma questo studio ha scoperto che i veleni di queste specie sono poi in grado di attaccare un’altra parte del sistema nervoso, causando paralisi spastica”. L’antidoto, infatti, neutralizzando la prima tossina, finisce per “smascherare” o “risvegliare” la seconda, innescando la crisi di spasmi. “È come curare una malattia e all’improvviso scoprirne un’altra”, ha chiosato l’esperto con una metafora perfetta.