Ancora una volta la montagna ha partorito il topolino. Martedì si è chiusa ufficialmente la seconda edizione del concordato preventivo biennale per il 2025-2026. Secondo Il Sole 24 ore a dire sì all’accordo con l’Agenzia delle Entrate sono stati solo in 55mila. In ulteriore calo rispetto al 13% della platea potenziale registrato nel 2024 quando a sottoscrivere l’accordo con il fisco sulle tasse da pagare per il successivo biennio erano state 584.565 partite Iva su 2,6 milioni di autonomi soggetti agli Indici di affidabilità fiscale e 1,7 milioni di forfettari che applicano la flat tax. Presentato dal viceministro Maurizio Leo come strumento per rendere gradualmente “virtuosi” gli autonomi e le piccole imprese, la cui propensione all’evasione è superiore al 67%, e garantire certezza del gettito, il concordato ha insomma mancato l’obiettivo. L’esponente di Fratelli d’Italia lo ritiene “un gran successo” perché “un numero consistente di soggetti che sono usciti dalla zona d’ombra per entrare in un’area di affidabilità”, ma come vedremo l’interpretazione non regge.

In attesa dei dati ufficiali, vale la pena innanzitutto ricordare tutti i passaggi intermedi con cui il governo ha tentato di rendere appetibile l’operazione che avrebbe dovuto far emergere dal nero i probabili evasori facendoli arrivare, alla fine del biennio coperto dal concordato, a ottenere un indice di affidabilità fiscale pari a 10. Nell’estate 2024 sono arrivati prima un piccolo incoraggiamento – il primo anno sarebbe stato tassato solo il 50% del maggior reddito oggetto dell’intesa – e poi un maxi sconto sulle tasse da pagare sulla differenza tra il reddito dichiarato l’anno prima e quello concordato con il fisco: attraverso l’applicazione di aliquote bassissime, dal 10 al 15%, a chi avesse aderito è stato in pratica abbuonato fino a più del 70% delle maggiori imposte in teoria dovute.