Verbale di sommarie informazioni di Jane, pagina quattro. Domanda: «È stata oggetto di riti voodoo?». Risposta di Jane, un tempo schiava, poi scappata e oggi sopravvissuta alla ferocia e alla vendetta della mafia nigeriana: «Quando sono arrivata a Torino mi hanno strappato i capelli dalla testa. Mi hanno preso pezzi di unghie, parti di peli pubici e le mutande. Mi hanno detto che li avrebbero portati al santone per fare il rito “juju”. Mi hanno detto anche che se non avessi pagato il mio debito con loro sarei morta. Che avrebbero spedito le parti del mio corpo in Nigeria, per fare i riti della morte». Mafia nigeriana e prostituzione Via Silvio Pellico, quartier generale della reclusione delle ragazze nigeriane vittime di tratta. Sono molto giovani. Vivono in quattro stipate in una stanza, a quattro passi dal parco del Valentino. Sono state adescate, costrette con l’inganno a partire per l’Italia. E oggi sono merci. Gestite da boss capaci di uccidere. Da uomini e donne che le controllano giorno e notte. Davanti ai nostri occhi. Nel profondo Nord. Le case individuate dai carabinieri, che hanno lavorato per l’ultima inchiesta chiusa dalla procura di Torino (pm Valentina Sellaroli) sono dodici. Un’indagine partita 9 anni fa Jane viveva, se così si può dire, a San Salvario. La sua testimonianza ha dato la svolta a una maxi indagine iniziata nel 2016. Gli imputati erano otto. Sette sono già stati giudicati. Ci sono state condanne. L’ottava indagata, difesa dall’avvocata Federica Cresto, è stata giudicata in un processo separato che si è concluso recentemente. Era accusata di essere una maman. Quindi una capa. È stata assolta in abbreviato. Perché, questo emerge dal processo, alla fine era una vittima anche lei. In questo mondo infernale di schiavitù, riti di iniziazione dove le donne vengono stuprate, e poi obbligate a stare sulla strada, è difficile intravedere il confine tra i ruoli. Vittime o carnefici, schiave o maman.