Alle sfilate di Parigi il set dello stilista nordirlandese è firmato da Luca Guadagnino. Da Stella McCartney Helen Mirren recita i Beatles

dalla nostra inviata Serena Tibaldi

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«Dior è un marchio enorme, e l’immaginario che il pubblico gli ha costruito attorno lo è ancora di più. Ci sono libri e film su questa maison; lo stesso Christian Dior ha giocato con la narrazione, lavorando con Hitchcock e Marlene Dietrich. C’è una tensione tra sogno e realtà con cui ci si deve confrontare per forza». Jonathan Anderson è consapevole di quanto è alta la posta in gioco. Ieri lo stilista nordirlandese ha presentato la sua prima collezione donna per il brand. A giugno aveva iniziato con l’uomo, ma Christian Dior è entrato nel mito con la sua femminilità aggraziata e radicata nella couture: perciò è qui che tutti lo aspettavano al varco, come dimostra la valanga di speculazioni, critiche e lodi sui social media.

«Il momento storico è talmente cupo che la moda per molti è una valvola di sfogo. Immagino me e gli altri designer debuttanti come in un film thriller, con noi che guardiamo con terrore qualcosa che ci attacca dall’alto», scherza lui commentando la veemenza dei social. Per poi tornare al suo lavoro: «Capire dove Dior possa andare non è immediato. Non ci riuscirò oggi, e nemmeno domani, ve lo garantisco. Spostare una macchina tanto maestosa verso un nuovo obiettivo richiede tempo. Ma quando ci si riesce, è magico». In effetti non s’era mai visto un tale coinvolgimento di pubblico. E ha ragione quando dice che per capire una simile maison servono tempo e lavoro. Ma il percorso che lo stilista ha intrapreso è chiaro: infondere la sua visione contemporanea, estrema ma commercialmente attenta, in quelle che lui definisce «le principesse perfette di Dior», quelle creature meravigliose che tante sognano di essere.