Sembra un altro e invece è lui. O sembra lui e invece è un altro. Con Sgarbi non si sa mai. L’assenza del ciuffo e degli occhiali gli consegna un’aria mansueta, quindi antisgarbiana e soprattutto anticiclica. Viviamo infatti nel tempo dell’aggressività verbale e della polemica divisiva. Un’arte di cui lo storico (dell’arte) è stato un maestro e un precursore. Ci provò Grillo a imitarlo, però come tutti i predicatori funzionava solo nei monologhi. Mentre Sgarbi non è mai stato un predicatore, ma un provocatore e si è sempre esaltato nei dialoghi, che lui trasformava inesorabilmente in duelli, grazie al sangue freddo che gli permetteva di restare calmo fingendo di arrabbiarsi. Intollerante nei modi più che nelle idee, libertarie e libertine.
La foto diffusa dai suoi social lo ritrae al seggio elettorale di San Severino Marche, uno dei paesi più belli d’Italia e dunque del mondo, dove è stato anche sindaco.
La figlia Evelina, che gli ha fatto causa per quell’inestricabile miscuglio di affetto ed egoismo di cui è intessuto l’amore filiale, dice di non riconoscerlo più. Non saprei, ma c’è qualcosa in quell’immagine che mi commuove. Una reazione paradossale e contraddittoria, lo riconosco, perché a provocarla è l’assurda nostalgia per gli aspetti del suo carattere che lo rendevano insopportabile. Come quando, guardando un leone diventato fragile, ne rimpiangiamo l’antica energia, che pure a suo tempo ci aveva infastidito e qualche volta spaventato.













