Ancora una volta, Benjamin Netanyahu fa sì che il pallino sia nel campo di Hamas. Ha fatto dire a Donald Trump di aver accettato il piano che ha avuto il sostegno dei Paesi arabi. È uscito dall’angolo, a livello internazionale, anche con le scuse al Qatar e vi ha messo il gruppo palestinesi. Ci è arrivato in extremis, dopo che la prima versione del piano, quella in ventun punti sembrava fatta apposta per metterlo in difficoltà. L’azione del Qatar, e poi del presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante il suo incontro alla Casa Bianca del 25 settembre, aveva convinto Donald Trump che era arrivato il momento di ricucire con i Paesi del Golfo e chiedere sacrifici all’amico Bibi. Il raid su Doha del 9 settembre aveva fatto traballare le alleanze storiche degli Stati Uniti nel Golfo. Il sacrificio principale richiesto era la rinuncia all’annessione. Non solo quella della Striscia, chiesta a gran voce dai ministri dell’ultradestra Ben Gvir e Smotrich, ma anche della Cisgiordania. Un’inversione a U per il leader Usa, che fin dal primo mandato era venuto incontro alle richieste dell’alleato israeliano, prospettando l’annessione della Valle del Giordano nel piano annunciato e poi finito nel cassetto del 2019. Invece, questa volta, era un no secco all’annessione e, in prospettiva, la nascita di uno Stato palestinese, che proprio quell’espansione della sovranità israeliana voleva seppellire. Per Netanyahu annacquare quel punto era fondamentale. Non solo per evitare una rottura definitiva con gli stessi Ben Gvir e Smotrich, ma anche per evitare di rinnegare una linea fatta ormai propria dal Likud, di rifiuto degli Accordi di Oslo. Nella conferenza stampa dei due leader, Netanyahu ha fatto in modo di sottolineare che il nuovo piano in venti punti riprende in pieno i cinque che il premier aveva annunciato dopo che a luglio Hamas aveva rifiutato l’ennesima proposta, dando un’altra vittoria a Bibi. Incentrati sul disarmo dei militanti palestinesi. Per farlo ha in parte sacrificato sull’altare del consenso interno e internazionale, la sua alleanza con i messianici e i coloni. Prima di partire per Washington, il premier ha incontrato a New York uno dei leader dei coloni, Yossi Dagan, capo del Consiglio Regionale di Samaria, che rappresenta gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania settentrionale. «Questo governo potrebbe essere quello che firmerà la creazione di uno Stato palestinese», ha detto Dagan al termine dell’incontro: «Il primo ministro può esercitare la sovranità; questo è ciò che ci aspettiamo da lui», aggiungendo che però Netanyahu non ha detto se e quando avverrebbe l’annessione. Un modo per dire no senza dire no e di prendere tempo. Bibi è tranquillo, sa che comunque l’anno prossimo ci saranno le elezioni e, nel caso i messianici Ben Gvir e Smotrich dovessero mollare il governo per le concessioni ad Hamas e ai palestinesi, come la creazione dello Stato e la sovranità sulla Striscia da parte araba, è pronta la stampella dei centristi capeggiati dall’ex premier a rotazione e ministro della difesa Benny Gantz, per portare avanti un esecutivo che porti a termine i punti dell’accordo, in particolare il rilascio degli ostaggi e la fine della guerra. In vista delle elezioni, Netanyahu sa di potersi liberare dall’abbraccio mortale dei messianici. Una ciambella di salvataggio che, però, non lo convinceva fino in fondo. Nei giochi bizantini dei palazzi, sa benissimo che Gantz vorrebbe tanto il suo posto. Per farla lui la pace definitiva e mettere in sicurezza lo Stato ebraico. La promessa di un’alleanza non bastava. Ha chiesto di più. E lo ha ottenuto. È arriva la promessa del presidente Herzog di concedergli la grazia nei tre procedimenti nei quali il premier è accusato di frode, abuso di fiducia e corruzione. «Il caso Netanyahu grava pesantemente sulla società israeliana. Se ci sarà una richiesta o un procedimento, lo divulgherò al pubblico in piena trasparenza», ha dichiarato ieri Herzog alla Radio dell’Esercito. Questo e l’accordo sulla fine della guerra, potrebbero rimettere Bibi in pista alle prossime elezioni politiche a ottobre dell’anno prossimo. Che vinca, perda o pareggia adesso sa che la massima istituzione non lo vuole vedere in galera e lo ha detto. E alla fine, resta la garanzia dell’amico Donald. Gli ha chiesto sacrifici, non lo lascerà affondare
I paletti di Netanyahu per dire sì a Trump. E spunta la grazia sulla corruzione
Il premier ha dovuto ingoiare il no alle annessioni. Ma ora ha la garanzia che non andrà in galera











