Quando Riccardo C. sterminò i genitori e il fratellino la sera del primo settembre 2024 nella villetta di Paderno Dugnano era mosso da «pensiero stravagante, perché è di tutta evidenza che credere di raggiungere l'immortalità attraverso l'eliminazione della propria famiglia non sia un proposito sano, ma tale pensiero era, sì, bizzarro ma ancora sotto» il suo «controllo ed egli ha scelto di alimentarlo e ha agito coerentemente con quell'idea». Lo scrive il tribunale per i minorenni di Milano nelle motivazioni alla base della condanna a 20 anni per il triplice omicidio pluriaggravato.
Il collegio, presieduto da Paola Ghezzi, non ha riconosciuto al ragazzo all’epoca di 17 anni il vizio parziale di mente, evidenziato dai periti. «Non si ravvede alcuna evidenza di una condizione psichica di instabilità e di ingovernabilità, di talché Riccardo ha mantenuto lo stesso livello di organizzazione mentale durante le diverse fasi del delitto, non apparendo in alcun momento dissociato o soggetto ad alcuno scompenso rispetto alle sue intenzioni, che erano quelle di eliminare i familiari, secondo un piano ben organizzato, frutto dell'intelligenza di condotta dimostrata ed applicata», sottolinea il tribunale. Dietro la mattanza - secondo giudici - c’è stata una «meticolosa organizzazione» che nel progetto del ragazzo gli avrebbe consentito di «andare esente da responsabilità». In particolare, «Riccardo aveva pianificato di utilizzare una maglietta nera tagliata per coprire l'impugnatura del coltello», in modo da non lasciare impronte. «L'attenzione a tali dettagli», tra cui «la pianificazione precisa dell'ordine dei delitti in modo che la versione che poi avrebbe fornito agli inquirenti risultasse maggiormente credibile, sono tutti elementi assai significativi della lunga riflessione e pianificazione che ha accompagnato il delitto e della freddezza, lucidità ed attenzione con cui è stato eseguito».












