Nella vita di tutti i giorni capita continuamente di fare, anche inconsapevolmente, dei piccoli esperimenti di empatia, senza pretendere di analizzare in profondità o classificare le risposte dell’altra persona alle nostre sollecitazioni. Secondo la definizione del professore Simon Baron Cohen, che ne ha fatto oggetto di studio per molto tempo, l’empatia è la nostra capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con un’emozione corrispondente. Per un piccolo esperimento si può partire anche da un fiore, come suggerisce questa storia.

È un fine settimana di fine estate. Non si può uscire. Piove a dirotto. In un momento di pausa del temporale, una donna, Anna M, esce sul terrazzo per controllare che tutto sia in ordine, senza danni, e scorge in un vaso un piccolo fiore intirizzito, sbocciato forse qualche ora prima. L’acqua brilla sulle foglioline tenere della piantina che lo sorregge. È un fiore di un violetto tenue che, di solito, dura poche ore. Lo fotografa quasi per farlo durare di più. Poi, desiderosa di condividere quella piccola scoperta, manda la foto tramite Whatsapp alle due sorelle ed a un’amica, e al figlio lontano, che vive all’estero, in Scozia, con la scritta «Un timido fiore sotto la pioggia». L’amica le risponde quasi subito: «Riparalo». Anna immagina che le abbia scritto di ripararlo perché potrebbe piovere ancora, quindi la invita a metterlo al sicuro come una cosa tenera, fragile e preziosa. L’amica non sa che è un fiore che dura pochissimo, poche ore, che metterlo al riparo è praticamente inutile, che la sua bellezza e la sua forza sono in quel resistere alla violenza della pioggia per qualche ora, per qualche minuto, per qualche attimo. Una delle due sorelle le risponde semplicemente e telegraficamente: «Bello». Si è limitata a guardarlo e ad apprezzarlo esteticamente. È in linea con quello che fa normalmente. Non va oltre il lato visivo, estetico. Non coglie o non vuole cogliere le emozioni sottostanti.