Roma, 29 set. (askanews) – Un incontro, un pranzo e soprattutto una conferenza stampa: la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca non sembra voler concludersi senza un annuncio e difficilmente Donald Trump si accontenterebbe di qualcosa di meno di un accordo per mettere fine al conflitto a Gaza – soprattutto dopo l’ottimismo espresso pubblicamente più volte negli ultimi giorni.

Ed è certo che per Trump si tratterebbe di una svolta positiva: gli regalerebbe un successo diplomatico notevole che – almeno nel breve termine – eclisserebbe gli insuccessi sul fronte russo-ucraino, oltre a gettare le basi per una stabilizzazione del Medio oriente concordata anche con i Paesi arabi, nel quadro dell’allargamento degli accordi di Abramo; inoltre, potrebbe disinnescare anche la potenziale (e ormai imminente) crisi della flottiglia degli aiuti umanitari. Fuori dall’Oval Office, la realtà tuttavia è più complessa: a spingere per un’intesa sono ovviamente i familiari degli ostaggi israeliani, che si sono rivolti allo stesso Trump in una lettera in cui lo hanno ringraziato per i suoi sforzi invitandolo a “non arretrare di fronte a qualsiasi tentativo di sabotare l’intesa”.