Allarme rosso tedesco. L'epicentro dell'ultimo terremoto occupazionale è arrivato da Stoccarda, dove non hanno sede solo Porsche e Mercedes-Benz, ma anche la multinazionale Bosch, la cui divisione Mobility (70.000 addetti sui quasi 130.000 dipendenti del gruppo in Germania), quella che incide maggiormente sui ricavi, dovrà ridurre notevolmente i costi. Per questo la società, controllata da una fondazione, ha fatto sapere che taglierà 13.000 posti di lavoro, con un aumento rispetto ai 9.000 anticipati nei mesi scorsi. Bosch aveva già archiviato il 2024 con 11.500 collaboratori in meno (418.000 a livello globale) e lo scorso maggio aveva confermato la necessità di “aggiustamenti strutturali e riduzione del personale in varie aree”. Il prezzo più alto lo pagheranno i siti tedeschi tra Feuerbach, Schwieberdingen, Waiblingen, Bühl, Homburg, Reutlingen, Gmünd, Leonberg e Abstatt perché, a quanto pare, nel resto del mondo le sforbiciate saranno (per il momento) limitate. Anche altri colossi della fornitura rivali di Bosch hanno già annunciato tagli del personale e la sola Volkswagen ha come obiettivo la soppressine di 35.000 posti di lavoro entro il 2030 (di cui almeno 20.000 “esodi” volontari). Gli studi del Ministero dell'economia e della VDA Anche per effetto della svolta sull'elettrificazione (conseguenza più o meno diretta del dieselgate), dal 2019 in poi l'industria automobilistica della Germania ha già perso 55.000 addetti. Ma secondo una analisi della IW Consult commissionata dal Ministero dell'economia e pubblicato dal quotidiano economico finanziario Handelsblatt quelli a rischio sono molti di più: altri 98.000 entro la fine del decennio con un saldo decisamente negativo perché nello stesso lasso di tempo verrebbero create meno di 6.000 nuove posizioni. La VDA, la potente organizzazione che rappresenta l'industria dell'auto in Germania, aveva diffuso poco più di un anno fa uno studio che delineava uno scenario ancora peggiore. Perché ai 46.000 posti già sfumati tra il 2019 e il 2023 ne sommava altri 140.000 (il 15% del totale), seppur entro il 2035. La portata dei dazi americani e la mancata “distensione” del clima internazionale che penalizza soprattutto il Vecchio Continente rischia di incidere ulteriormente in maniera negativa sull'occupazione. E la crisi tedesca non è una buona notizia perché con oltre 50 miliardi la Germania è il primo paese di destinazione del Made in Italy.