L’emersione dalla lunga recessione è lenta e non ferma la crisi dell’industria tedesca: l’elenco dei gruppi, grandi e piccoli, che annunciano ristrutturazioni si allunga. La disoccupazione resta contenuta, poco oltre il 6%, ma il numero dei senza lavoro si attesta attorno ai tre milioni, una soglia superata ad agosto per la prima volta dal 2015.
Tutti segnali preoccupanti per il cancelliere Friedrich Merz, che si è insediato a maggio e già vede il suo consenso sotto al 30%. Le elezioni parlamentari sono lontane, ma Alternative für Deutschland continua a guadagnare terreno, soprattutto nei distretti dove i tedeschi hanno più paura di veder peggiorare le proprie condizioni di vita. Come quelli dell’automotive: lavori ben pagati, ma non più così sicuri come un tempo.
Da Bosch a Volkswagen
Non ci sono licenziamenti di massa e le uscite vengono pianificate con gradualità, per ridurre al minimo l’impatto sociale ed evitare scontri aspri con i sindacati. Si procede alla tedesca, insomma, ma lo stillicidio è continuo.
L’emorragia colpisce anche banche e trasporti. Tra gli ultimi gruppi ad annunciare ridimensionamenti c’è Lufthansa. La compagnia aerea vuole tagliare 4mila posti entro il 2030, soprattutto in Germania. Poi c’è il mondo del credito, con i tagli annunciati da Commerzbank e Deutsche Bank.







