Opulenza e struttura lasciano il posto a eleganza e accessibilità nella viticoltura altoatesina. Come dimostrato durante l’ultimo Alto Adige Wine Summit. Le etichette della provincia non rinunciano alla propria identità sfaccettata ma la adattano a un contesto fluido. «La vendemmia 2025 si prospetta un’ottima raccolta – afferma Andreas Kofler, presidente del Consorzio vini Alto Adige – Il primo passo per un’annata che, in bottiglia, sono convinto rispecchi i movimenti del mercato e del gusto: vini freschi, di montagna, di facile beva; a partire dagli spumanti che ci aprono le porte di nuovi mercati. Come consorzio, lavoriamo su destinazioni di nicchia, futuribili, come la Svezia, la Corea del Sud, il Giappone e il Sud America». La “crisi del vino” si sente anche a queste latitudini (un territorio che rappresenta meno dell’1% della superficie vitata italiana).

Ma da qui arrivano prodotti (65% bianchi e il 35% rossi) e soluzioni capaci di trovare la chiave giusta per conquistare il consumatore. L’esempio più emblematico arriva delle unità geografiche aggiuntive (Uga, 86 in totale). «Di primo acchito potrebbe suonare come una sofisticazione degli appellativi. Per semplificare abbiamo aggiunto un pittogramma dedicato che rende chiara e intuitiva la lettura dell’etichetta. Detto diversamente, chi beve un vino Uga sa che l’agronomo, l’enologo e il viticoltore hanno scelto la varietà più scientificamente e storicamente corretta per un determinato terreno», spiega Kofler. Di fatto, l’evoluzione del concetto di zonizzazione.