di
Gianni Santucci
Al secolo Giuseppe Rossi, italo-francese di Avellino, fu il ras degli spogliarelli e anello tra gli organizzatori transalpini e gli esecutori italiani della rapina alla gioielleria Colombo del 1964, la prima a profanare le vie del lusso milanese. Uscendone sempre indenne
Nella memoria storica di Milano restano impresse tre date, alle quali corrispondono tre rapine, a cui sono legate tre epoche di criminalità: il 27 febbraio 1958 il colpo delle «tute blu» in via Osoppo, dove i banditi vestiti da operai portano via 114 milioni di lire da un portavalori senza sparare un colpo; all’altro estremo di questa triade, la rapina in banca di largo Zandonai, della banda Cavallero, il 25 settembre 1967, nella quale invece i rapinatori sparano centinaia di colpi mentre vengono inseguiti dalla polizia, e sull’asfalto lasciano tre morti.
Ecco, in mezzo a queste due, si trova una rapina in cui centinaia di colpi di mitra e di pistola vengono esplosi, ma nessuno si fa male (all’epoca s’evocò, come sempre a sproposito, la provvidenza, scambiandola per la fortuna), la rapina alla gioielleria Colombo del 15 aprile 1964 fruttò ai banditi 200 milioni di lire in gioielli, e oggi ha un sovraccarico simbolico: perché per la prima volta trafisse il cuore extralusso nella Milano del boom, al numero 12 di via Monte Napoleone; e pure perché i rapinatori erano stranieri, per la maggior parte francesi, dunque si prestavano subito alla mitizzazione come «clan dei marsigliesi», e a dir la verità avevano proprio facce e nomi da film, i fratelli Bergamelli, Raphaël Dadoun, Gerard Barone Didier... gente che «in un film come Pepé le Moko ci starebbe d’incanto», scrisse Dino Buzzati sul Corriere dopo aver assistito a un’udienza del processo.






