Forse era inevitabile: anche per il dating c'è chi chiede un aiutino all'intelligenza artificiale. Con risultati non sempre entusiasmanti
Questo articolo è stato pubblicato originariamente nella newsletter «Il Punto - La Rassegna» del Corriere della Sera. Per riceverla potete iscrivervi qui.
Usereste mai l’AI per farvi scrivere i messaggi da mandare alla persona con cui uscite? O dareste in pasto le vostre conversazioni private per avere dall’intelligenza artificiale un’analisi del vostro rapporto? Se avete risposto di sì, non siete i soli. Ne scrive Anna Louie Sussman su The Cut, in un articolo dal titolo piuttosto eloquente: «L’AI sta rendendo il dating (uscire con nuove persone, ndr) persino peggiore».
Secondo il sondaggio di Match.com Singles in America 2025, negli Stati Uniti il 26% dei single tra i 18 e i 59 anni (e quasi la metà dei giovani della Generazione Z) ammette di ricorrere all’intelligenza artificiale quando si tratta di dating online. Che sia un aiuto per scrivere il proprio profilo, una dritta su come rompere il ghiaccio al primo messaggio, o addirittura come flirtare via WhatsApp, usare l’AI come coach del cuore non è più un tabù. Inoltre alcune app di dating, intuendo il potenziale dell’AI, hanno iniziato a introdurre delle funzioni interne alle piattaforme come consigliare le foto più adatte o suggerire risposte meno «imbarazzanti» per continuare la conversazione con il partner. Tradotto: le persone iniziano a usare l’AI per facilitare e rendere meno «frustrante» l’esperienza degli incontri online.I numeri di chi vi fa ricorso anche quando si tratta di qualcosa di così privato come iniziare a conoscere qualcuno da frequentare non sono bassi, ma in fondo non dovrebbero sorprendere: basti pensare alla percentuale crescente di persone che si rivolge all’AI per altri temi legati alla sfera strettamente personale e intima, come la salute mentale. Stando alle testimonianze raccolte da YouGov, un terzo degli americani si trova a proprio agio nell’usare i chatbot AI per chiedere supporto psicologico; oltre la metà se si prende in considerazione solo la fetta di persone dai 18 ai 29 anni.E in Italia? Secondo i dati di Telefono Azzurro, su 800 adolescenti intervistati il 22% preferirebbe raccontarsi in modo anonimo utilizzando chatbot di AI invece di rivolgersi direttamente a un professionista della salute mentale. È quasi la metà rispetto ai giovani negli Usa, ma potrebbe essere un indizio di ciò che siamo destinati a sperimentare anche in Italia. Non è difficile ipotizzare che, con la diffusione capillare e crescente dei chatbot nella vita di tutti i giorni, anche i giovani italiani si sentiranno sempre più a loro agio nel chiedere un supporto all’AI anche in tema di relazioni sentimentali. C’è poi anche un altro fattore da considerare: molte persone potrebbero essere restie a raccontare di aver chiesto consiglio a ChatGpt, Gemini e via dicendo per non sentirsi giudicati. Se la richiesta di un consulto agli amici o alle amiche è accettata, forse quella di un consiglio chiesto all’AI ancora no.Ma c’è qualcuno che ne parla, dietro anonimato. Mattia C., 30 anni, ammette di usare l’AI quando si tratta di flirtare, anche se non ne è molto soddisfatto: «Secondo me non se la cava molto a stuzzicare le persone: non è disinvolta». Anastasia V., studentessa universitaria di Lingue straniere, 24 anni, racconta di averla usata in più di un’occasione: «Di solito chiedo come iniziare una conversazione per evitare di dire la cosa sbagliata con qualcuno che conosco a malapena - ci racconta -. Però le risposte che mi dà l’AI non sono un granché: le trovo sempre troppo banali e “vecchie”». Non c’è imbarazzo nella sua scelta, anzi: «Con i tempi che corrono lo vedo come una cosa “normale”, contando che l’AI viene usata per mille cose. Certo, non lo dico apertamente e finora ne ho parlato solo con le mie amiche più care, però se mi dovesse essere chiesto da qualcun altro non avrei problemi a dire che ho provato ad usare l'AI per queste cose». Spiega anche di aver interrogato i chatbot per «analizzare» le risposte dell’altra persona: «Ho chiesto, per esempio, se una certa situazione potesse essere intesa come una manifestazione di interesse dell’altra persona». Per Alessandro, 25 anni, studente di ingegneria, l’AI non può essere più brava degli esseri umani a leggere il sottinteso negli scambi: «Non sono convinto che riesca a valutare meglio di un essere umano se dietro i messaggi dell’altra persona si nasconde un vero interesse o meno. Per di più le intelligenze artificiali sono programmate per darti in ogni caso una risposta, anche qualora non ne siano sicure: questo potrebbe portare a fraintendimenti quando si parla di dating». E comunque, aggiunge, «non farei analizzare le mie chat all’AI anche per una questione di privacy». Per Anastasia riconoscere un messaggio generato dall’AI in una conversazione con un’altra persona sarebbe comunque difficile («Non credo sarei in grado di distinguerli, se non conosco già bene la persona in questione»); Alessandro invece ritiene di essere in grado di farlo, «ma sicuramente non nel 100% dei casi».Ci sono anche pareri contrari (che forse non a caso riguardano Millennial): per Matteo D., 32enne professore di un liceo, usare l’AI per parlare con un potenziale partner comporterebbe una perdita di emozione: «Sinceramente non la userei mai, perché secondo me nell’interazione di un chatbot manca quella parte umana che una macchina non possiede. Credo si possa ancora flirtare senza l'AI». È d’accordo anche Marco B., 35 anni, di mestiere agente di commercio: «Non riuscirei a usarla, perché verrebbe meno il brivido dell’approccio. È un po’ come barare all’esame scritto e poi presentarsi all’orale senza sapere niente: magari alla prima prova ti va bene, però poi i nodi vengono al pettine». Al coro di voci contrarie si aggiunge Martino S., 30 anni appena compiuti e un lavoro come social media manager. È in una lunga relazione da anni, ma racconta che se fosse single e dovesse ricominciare a uscire con altre persone, non userebbe mai l’AI: «La eviterei per due motivi: in primo luogo mi sento abbastanza sicuro di me stesso da poter evitare di ricorrere a simili mezzi; e poi siccome il dialogo è una parte fondamentale del mio rapporto, pensare di porre le basi di una nuova relazione usando qualcosa di esterno non mi sembra una buona idea».La stessa esperienza che ha vissuto Vindya Tajeshwar, studentessa americana, e che racconta Sussman nell’articolo su The Cut: la giovane ha capito che la persona con cui stava chiacchierando su Hinge (una dating app, ndr) stava usando l’AI per rispondere alle sue domande perché improvvisamente il tono della conversazione era cambiato (e gli errori grammaticali spariti). Il risultato? Si è sentita tradita nella fiducia. La sensazione, dice, è che alcuni uomini usino l’AI per sembrare più colti e brillanti, senza fare davvero il lavoro su sé stessi. Per questo alla fine il tema centrale di tutta questa riflessione riguarda l’autenticità: se non si riesce a essere sinceri nemmeno agli albori di quello che potrebbe evolvere poi in una relazione, come ci si può aspettare che le basi su cui si poggia un rapporto siano solide?In sintesi, l’AI aiuta le relazioni o ne peggiora la qualità? Se si tratta ormai una realtà consolidata - almeno dall’altra parte dell’oceano - è bene iniziare a riflettervi. Da un lato è vero che ricorrere alle chat di AI quando si tratta di conoscere persone nuove offre supporto, riduce l’ansia e rende più semplice il gioco delle relazioni digitali; dall’altro però introduce un senso di appiattimento (se tutti ricorrono all’AI, tutti riceveremo le medesime risposte, con lo stesso tono e battute ripetitive), la mancanza di fiducia e la perdita di originalità. Tutti gli elementi indispensabili nell’instaurare una conversazione o una relazione intima.







