Accelerare la costruzione del “muro di droni” ai confini orientali, essere più chiari con Putin sul fatto che la Nato abbatterà qualsiasi velivolo che violerà lo spazio aereo, estendendo questo scudo anche sull’Ovest dell’Ucraina, e inviare subito sul terreno una “forza di rassicurazione”, senza aspettare un accordo di pace. È la ricetta dell’ex segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che è stato a capo dell’Alleanza atlantica fino al 2014, l’anno dell’invasione russa in Crimea. Il danese – fondatore dell’Alleanza delle Democrazie e di Rasmussen Global, società di consulenza politica e strategica – insiste molto sulla necessità di rispondere alle minacce aeree: nelle ore in cui si teneva la prima riunione della coalizione anti-droni, Rasmussen ha incontrato un gruppo di media internazionali accompagnato da alcuni responsabili delle aziende leader del settore per dire che «abbiamo già la tecnologia necessaria» e che «non possiamo aspettare un anno» per mettere in campo i sistemi anti-drone. Dopodiché ha risposto alle domande de La Stampa sulla strategia della Nato e sulle prospettive future del conflitto, a partire dalla svolta – reale o apparente – di Donald Trump. Si tratta di un vero cambiamento o dell’ennesima boutade del presidente americano? «Con il presidente Trump è sempre impossibile dirlo, ma credo che anche lui sia giunto alla gradita conclusione che Putin è indebolito e non interessato alla pace». L’esercito ucraino ha veramente la possibilità di riconquistare i territori occupati? «Dobbiamo credere che una vittoria ucraina sia possibile. Hanno resistito con coraggio, eroicamente. E sono riusciti a respingere la conquista totale del loro Paese che Putin intendeva realizzare. Le forze armate ucraine sono molto più coraggiose dell’esercito russo, che è solo una tigre di carta. Come abbiamo visto negli ultimi due anni, se forniamo all’Ucraina le armi e la tecnologia di cui ha bisogno, farà progressi sul campo di battaglia». Intanto, però, l’Europa si sente minacciata sul suo territorio: siamo di fronte a una nuova fase del conflitto? «Con queste intimidazioni, Putin vuole distogliere la nostra attenzione dall’Ucraina. Nell’ultimo mese, droni e aerei da guerra hanno violato lo spazio aereo di diversi Paesi. Non possiamo permettere che questo diventi la nuova regola. L’Europa e la Nato devono agire con più decisione». In che modo? «Innanzitutto, dobbiamo creare un muro di droni, ma non possiamo aspettare un anno: abbiamo le tecnologie necessarie per farlo nel giro di qualche mese. Bisogna acquistarle, fare investimenti. E poi la Nato e i singoli Stati devono dichiarare che qualsiasi drone o aereo che viola lo spazio aereo sarà intercettato ed eventualmente abbattuto». In modo automatico? «A Copenaghen la polizia aveva la possibilità di abbattere i droni, ma non lo ha fatto per il rischio di colpire persone a terra. Va ovviamente fatta una valutazione caso per caso, idem per quanto riguarda i caccia. Ma per avere un vero effetto deterrenza bisogna essere chiari nell’annunciare l’eventuale reazione: se i caccia russi violano lo spazio aereo, devono sapere che siamo pronti ad abbatterli». Mosca dice che questo scatenerebbe un conflitto: non teme le ripercussioni? «No, non mi preoccupa. Un drone ostile nello spazio aereo di un Paese alleato è in realtà un attacco o un tentativo di attacco alla Nato. Quindi la Russia non dovrebbe avere dubbi sul fatto che sta giocando col fuoco. Se vogliamo garantire la credibilità del nostro articolo 5, dobbiamo agire con decisione quando il nostro spazio aereo viene violato». Crede che la Russia stia cercando di testare i limiti della reazione della Nato? «Putin ci sta mettendo alla prova. Sta cercando di spostare l’asticella e noi dovremmo contrastare questo suo calcolo. Ecco perché non sono preoccupato per l’eventuale reazione russa: se cediamo alle loro minacce, allora solleviamo dubbi sulla credibilità dell’articolo 5». Sta dicendo che la risposta della Nato è troppo blanda? «Penso che il segretario generale sia stato molto chiaro sul fatto che siamo pronti a reagire, ma in generale penso che la mentalità europea sia stata troppo esitante. Già nel 2014, quando Putin ha attaccato l’Ucraina, avremmo dovuto reagire con più fermezza». Su cosa avete sbagliato? «Avremmo dovuto applicare sanzioni paralizzanti alla Russia. Dovevamo farlo più rapidamente: i dittatori capiscono solo la forza e la determinazione. E invece Putin ha interpretato la nostra esitazione nel 2014 come un invito a marciare su Kiev nel 2022. Per troppo tempo abbiamo creduto di poter tornare a relazioni normali con la Russia, non ci siamo resi conto che in realtà siamo in conflitto. Bisogna cambiare la mentalità europea, passando a un modo di pensare più adatto a tempi di guerra». Lei sostiene la necessità di inviare una contingente in Ucraina subito. Ma questo non trascinerebbe la Nato in un conflitto diretto? «Assolutamente no. Stiamo trattando le garanzie di sicurezza come un qualcosa che verrà dopo un accordo di pace, ma questa logica è completamente sbagliata. Possiamo iniziare immediatamente con uno scudo di difesa aerea sull’Ucraina occidentale per aiutarla ad abbattere missili e droni russi. E poi una coalizione dei Volenterosi dovrebbe schierare una forza di rassicurazione in Ucraina per dimostrare alla Russia che non c’è alcuna possibilità di vincere sul campo di battaglia e per consentire agli ucraini di negoziare da una posizione di forza».