Si chiude come da attese con un “fallimento totale” (copyright Rocco Palombella, segretario generale della Uilm) la gara per l’acquisizione degli asset di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, riaperta dopo che le trattative con Baku steel si erano concluse con il ritiro del gruppo azero. Per l’ex Ilva sono state presentate in totale dieci offerte, hanno fatto sapere i commissari, ma solo due riguardano l’intero complesso aziendale: quelle dei fondi Bedrock Industries e della cordata tra Flacks Group e Steel Business Europe. Il colosso indiano Jindal si è invece ufficialmente sfilato. Gli altri pretendenti – ci sono tra gli altri Marcegaglia, il gruppo Toto ed Eusider – vogliono invece singoli asset o porzioni del gruppo, come gli impianti liguri. Lo “spezzatino” paventato dalle rappresentanze dei lavoratori. Dulcis in fundo, una offerta “ulteriore presentata da un soggetto politico”, che non corrisponde ai criteri della gara.
La Uilm: “Fallimento totale. Nazionalizzazione unica via”
Dura la reazione dei sindacati. “Oggi c’è stata la prova finale che siamo ai titoli di coda di una vertenza che dura da tredici anni e che riguarda 20mila lavoratori e intere comunità”, il commento di Palombella. Che ha ribadito “ferma contrarietà a qualsiasi ipotesi scellerata di spezzatino con la vendita di singoli impianti o siti” e chiesto subito un incontro a Palazzo Chigi “per avere chiarimenti e certezze su cosa vuole fare il Governo per il futuro”. Le due offerte per l’intero gruppo, presentate da fondi di investimento, sono per il sindacalista “risibili” e prive di “solidità industriale e progettuale”. Il leader della Uilm ha attaccato il ministro Adolfo Urso: “La riapertura della gara è stato l’estremo gesto del ministro per evitare di certificare l’incapacità sua e del Governo di rilanciare effettivamente l’ex Ilva”. Critiche estese anche ai commissari, ritenuti “inadeguati” per il rilancio: “Hanno fatto pagare ai lavoratori le loro scelte sbagliate, aumentando a dismisura la cassa integrazione“. Per il segretario generale Uilm, l’unica strada rimasta per evitare “la chiusura totale dell’ex Ilva e un disastro ambientale, occupazionale e predittivo senza precedenti” è la nazionalizzazione. “Un atto forte, già fatto in altri Paesi come la Gran Bretagna, ma fondamentale in situazioni così drammatiche”.









