di
Elisabetta Andreis
Il racconto di Giuseppe Meneghello: «Dal 1958 abitiamo in questo appartamento in zona Risorgimento, il mio Isee non dà diritto a un alloggio popolare»
Nicola si cambia sei volte al giorno. Si veste da ammiraglio, si veste da marinaio, si veste da dottore. Ha tappezzato i muri della stanza con attestati di proprietà di aerei e castelli. Su ogni vestito poi ha incollato etichette con scritto «Direttore» oppure «Presidente»: titoli immaginari di un mondo che non c’è. È invalido al cento per cento per una grave forma di schizofrenia esplosa quando aveva ventidue anni. Oggi ne ha 57. Accanto a lui c’è il suo papà, Giuseppe Meneghello, vedovo, 91 anni, restauratore di mestiere, che dorme con il portafoglio sotto il cuscino per non farselo rubare.
Dal 1958 vivono nello stesso appartamento in zona Risorgimento. Una camera da letto in due, ottanta metri quadrati al quarto piano. Fra pochi giorni dovranno lasciarlo: il palazzo è stato comprato e svuotato, loro sono rimasti gli ultimi. Lo sfratto è stato annunciato, le proroghe sono finite, l’ufficiale giudiziario arriverà. La moglie di Giuseppe, Pierina Nazari, è mancata undici anni fa. Faceva la manicure in largo Augusto e «sorrideva sempre, nonostante quello che vivevamo in casa».







