L’hanno perquisita nella cameretta, quando in casa c’erano i genitori, che non hanno mai accettato il suo orientamento sessuale. Con la madre a fianco, le hanno chiesto: «Facci vedere le foto delle tua ex nuda». E lei, 16 anni, ha risposto di non avere niente. Solo dopo, lontano dagli occhi degli adulti, si è confidata con due carabinieri e ha mostrato loro le immagini della ex che conservava nel cestino di uno dei suoi cellulari: «Sono lesbica. La mia famiglia non vuole che io lo sia. Soffro molto per questa cosa. Davanti a loro prima non volevo parlare. Vi faccio vedere le foto intime della mia ex fidanzata. Le avevo buttate via. Eccole. Non l’ho mai ricattata». Inchiesta per pedopornografia e revenge porn C’è un’inchiesta, aperta dalla procura dei minori di Torino per detenzione di materiale pedopornografico e revenge porn, che vede indagata un’adolescente perquisita nei giorni scorsi. Il tribunale del Riesame E proprio le modalità del sequestro e la presunta «sproporzione» dello stesso (secondo la difesa) sono stati valutati dal tribunale del Riesame. L’inchiesta, aperta dalla scorsa estate, è coperta dal segreto. Relazione tra due sedicenni I punti certi della storia sono racchiusi in questa sequenza temporale. Ci sono due ragazzine di sedici anni che stanno insieme. La relazione a un certo punto finisce, per motivi ancora da chiarire. Dopo il termine, una delle due giovani viene indagata per detenzione di materiale pedopornografico e revenge porn. Avrebbe, in sostanza, detto alla ex che avrebbe divulgato a terzi le sue foto intime. L’indagata, difesa dall’avvocata Francesca D’Urzo, non è ancora stata interrogata. Non si è ancora difesa. Gli inquirenti ipotizzano che il movente dei reati, se ci sono, sarebbe legato alla relazione sentimentale. I carabinieri, coordinati dal pm Carlo Introvigne, in questi giorni stanno ricomponendo i pezzi della storia. Sequestro dei dispositivi Ma a finire al centro del giudizio del Riesame, su istanza, della difesa, è stato il decreto di sequestro del pc e dei due cellulari della sedicenne. La decisione dei giudici (presidente Stefano Vitelli, Cristiano Trevisan e Stefania Nebiolo Vietti) è di parziale accoglimento del ricorso. Non era necessario, secondo il tribunale, sequestrare tutti gli strumenti informatici alla ragazzina «per accertamenti investigativi». Era stata proprio lei, dopo il blitz dei militari in casa sua, a consegnare spontaneamente ai carabinieri il cellulare in cui c’erano le foto intime. Non avrebbe senso quindi sequestrarle anche il pc e un secondo telefono. «E d’altra parte - scrive il giudice relatore Trevisan - non si comprende altrimenti per quale ragione il pm abbia delegato la pg, in sede esecutiva del decreto, a verificare preliminarmente e in via speditiva il contenuto dei dispositivi, se non graduare l’intervento ablativo e ridurlo entro i doverosi limiti di proporzionalità». Contestazioni sulla modalità Non solo. Ci sarebbe anche una questione di modi, che la legale dell’indagata, in una memoria, contesta: «La ragazza si è vista piombare in casa all’improvviso tre agenti che hanno ispezionato la sua camera da letto e ha dovuto affrontare in quella sede con i familiari un argomento per lei difficile, il suo orientamento sessuale, per l’incapacità dei genitori di accettarla». La posizione della difesa «L’acquisizione di materiale di interesse investigativo poteva - prosegue l’avvocata D’Urzo - forse, avvenire in modi meno invasivi, ad esempio disponendo dapprima un interrogatorio dell’indagata e chiedendo in quella sede se era in possesso di foto intime. Solo nel caso di un atteggiamento non collaborativo, e, ovviamente, solo nel caso in cui si ritenga ella responsabile di un reato dopo l’ascolto, si sarebbe reso necessario procedere con perquisizione e sequestro». L’impatto sull’adolescente «Non si può non considerare - conclude la legale - l’impatto negativo per qualsiasi persona di certi eventi e una maggiore sensibilità andrebbe usata nel procedimento penale minorile». Era stata la stessa sedicenne a esprimere ai carabinieri il suo senso di mortificazione: «La mia famiglia non accetta la mia sessualità. Sono lesbica, dichiarata. Da anni, purtroppo, tentano di convincermi a cambiare idea».