Negli ultimi tempi su entrambe le sponde dell’Atlantico si parla molto di quanto è preziosa la libertà di espressione. Eppure, ogni iniziativa di Donald Trump indica chiaramente che per tutte le nostre democrazie la vera questione non è l’espressione, bensì il potere. Le minacce rivolte da Trump questa settimana contro il filantropo George Soros, il tentativo successivamente fallito di costringere Disney a estromettere il comico Jimmy Kimmel dal suo network tv, le azioni legali intentate contro il Wall Street Journal e il New York Times hanno a che vedere soltanto con l’esercizio del potere pubblico per intimidire gli avversari nella speranza che le voci dei critici diventino meno udibili e meno influenti. Questo stesso motivo, a cui si somma la vendetta, spiega l’accusa rivolta all’ex capo dell’Fbi, James Comey.

Né Trump né i suoi funzionari di alto grado fanno mistero di quello che stanno facendo. Open Society Foundations, l’organizzazione filantropica di George Soros, ha donato soldi al partito democratico e a organizzazioni progressiste a esso associate, pertanto è considerata un nemico politico. Nell’azione legale mossa da Trump contro il New York Times – che un giudice ha ordinato di riscrivere ex novo perché troppo lunga e troppo politica invece che legale – si afferma esplicitamente che l’illustre quotidiano, apprezzato e indipendente, è una sorta di braccio di propaganda del partito democratico. Comey, invece, è accusato di aver mentito al Congresso su un’indagine dell’Fbi che stava conducendo per capire se la campagna elettorale di Trump del 2016 avesse collaborato illegalmente con le autorità russe, indagine che Trump considera essere stata politicamente motivata e non risultante dall’applicazione della legge.