Nel mondo di oggi, merci e capitali si muovono con estrema facilità. Le imprese investono oltre confine con un clic, le merci attraversano continenti in poche ore. Le persone, invece, restano spesso intrappolate in vincoli burocratici, quote rigide o vere e proprie lotterie amministrative. Barriere che incidono profondamente, talvolta drammaticamente, sulle vite.In Italia i principali canali di ingresso per cittadini non comunitari sono i «Decreti Flussi», che stabiliscono quote annuali di permessi di soggiorno per provincia e nazionalità, e la protezione internazionale riservata ai richiedenti asilo. Nel primo caso, l’assegnazione avviene nei cosiddetti «click day»: pochi secondi di ritardo, una connessione lenta o un disguido tecnico possono decidere tra regolarità e esclusione — e con essa l’accesso al lavoro, alla previdenza, a una vita dignitosa. Anche l’asilo è segnato da forte incertezza: le commissioni territoriali decidono caso per caso, spesso con valutazioni divergenti anche di fronte a situazioni simili.
In questo quadro di arbitrarietà, alcune persone cercano vie alternative. Una di queste è il matrimonio con un cittadino italiano, che dà diritto al permesso di soggiorno, al lavoro e, dopo due anni, alla cittadinanza. Ma quanto incide davvero questo incentivo sulle scelte affettive?A questa domanda risponde una nostra ricerca pubblicata sul Journal of Political Economy. Abbiamo studiato gli effetti dell’allargamento dell’Unione Europea tra il 2004 e il 2007, che ha garantito ai cittadini di 12 nuovi Stati membri — tra cui Romania, Polonia e Bulgaria — il diritto di vivere e lavorare in Italia senza bisogno di alcun permesso. Un contesto ideale per isolare l’effetto dello status legale sulle scelte matrimoniali, al netto di fattori culturali o socioeconomici.






