Nascosto in un angolo remoto e solitario del Parco Nazionale Gran Paradiso, c’è un ghiacciaio piccolo ma che da qualche decennio è divenuto uno dei più studiati delle Alpi occidentali. E’ il Ciardoney, disteso su neanche mezzo chilometro quadrato di territorio nel comune di Ronco Canavese, in alta Valle Soana, tra 2900 e 3100 metri di quota. Arrivarci non è da tutti. Servono almeno cinque ore di cammino da Forzo, quelle che nel settembre 1986 Fulvio Fornengo e Luca Mercalli - che da lì a pochi anni diverrà presidente della Società Meteorologica Italiana e fonderà la rivista e il sito “Nimbus” - affrontarono per scoprire questo luogo fino ad allora quasi ignoto al mondo dei glaciologi. Solo nei primi decenni del Novecento era stato percorso con intenti scientifici dal geologo piemontese Federico Sacco, e negli Anni Settanta da precedenti operatori glaciologici che compirono sparuti rilievi. Per alcuni anni i sopralluoghi furono volti a osservazioni generali e alla semplice misura degli spostamenti della fronte glaciale (avanzate o arretramenti), poi dal 1992 vennero intrapresi, sempre su iniziativa di Mercalli e collaboratori, anche i rilievi per la determinazione del bilancio di massa, di cui parleremo tra poco. Da allora, in oltre un trentennio e con la partecipazione di un gruppo di lavoro vieppiù numeroso e dalle competenze variegate, il Ciardoney è divenuto un laboratorio a cielo aperto per il monitoraggio non solo glaciologico in sé, ma anche climatologico d'alta quota (grazie a una stazione meteorologica con webcam in tempo reale) nonché ambientale in termini più ampi: dai monitoraggi, a cura del Parco, della vegetazione pioniera che avanza dove il ghiaccio di ritira, fino ai campionamenti di Arpa Piemonte per lo studio della radioattività di origine naturale e artificiale nelle acque di fusione. I rilievi sono tuttora condotti con il coordinamento della Società Meteorologica Italiana nel contesto delle campagne osservative della Fondazione Glaciologica Italiana, in collaborazione con Iren Energia e il Parco Nazionale, documentando l'eccezionale regresso in atto. Dicevamo del bilancio di massa: è una modalità di monitoraggio che valuta lo stato di salute del ghiacciaio tramite la quantificazione dell'accumulo nevoso invernale (spessore ed equivalente in acqua della neve a fine maggio-inizio giugno) e della fusione estiva di neve e ghiaccio (entro metà settembre). Essendo cominciata nel 1992, è la terza serie per lunghezza delle Alpi italiane dopo quelle dei ghiacciai del Careser (Ortles-Cevedale, dal 1967) e della Sforzellina (Valtellina, dal 1987) e, avendo ormai superato il trentennio, ha permesso al Ciardoney di rientrare tra i ghiacciai di riferimento internazionale del World Glacier Monitoring Service di Zurigo, un traguardo di cui andare fieri. Sul versante valdostano del Gran Paradiso, in Valsavarenche, il bilancio di massa viene eseguito anche sul ghiacciaio del Grand Etret dal 2000, a cura del Corpo di sorveglianza del Parco, e su quello del Timorion dal 2001, da parte di Arpa Valle d'Aosta. Come nel resto delle Alpi, in oltre trent'anni al Ciardoney hanno prevalso nettamente gli anni con perdite di massa (vale a dire, fusione estiva maggiore delle nevicate invernali), e la riduzione media di spessore glaciale si è intensificata da 1,0 m di acqua equivalente all'anno nel periodo 1992-2002 a 1,6 m/anno nel 2003-2025. In particolare il 2022 è stato l'anno più sfavorevole a causa dell'inedita combinazione tra un inverno magrissimo di nevicate e un'estate estremamente lunga e calda, con un ritiro frontale di ben 30 m (il regresso totale dal 1971 è stato di circa mezzo chilometro) e un bilancio di massa di -4,0 m (totale dal 1992: -47 m, una perdita di spessore pari a un palazzo di oltre quindici piani!). Così a fine estate ci troviamo di fronte a un ghiacciaio sempre più smagrito, battuto da frane, cosparso di detriti rocciosi e percorso da profondi solchi incisi dall'acqua di fusione (bédières). La sua superficie è diminuita da 1,7 km2 nella prima metà dell'Ottocento (al culmine della Piccola Età Glaciale) a 0,46 km2 nel 2023 (rilievo da drone a cura di Arpa Piemonte e Università di Torino), con una contrazione del 75% in un paio di secoli. Tre quarti del ghiacciaio dunque non ci sono più, delineando, qui come altrove nell’arco alpino, uno scenario inedito almeno dai tempi dell’Optimum termico olocenico di circa 8000-6000 anni fa, stando alle ricostruzioni paleoambientali. A tale intensa deglaciazione, peraltro accelerata nell'ultimo ventennio, ha contribuito non tanto una diminuzione delle nevicate, pressoché stazionarie a queste quote, quanto l'aumento della temperatura media estiva di circa 3 °C, che riduce la durata del manto nevoso e accentua la fusione del ghiaccio. Ghiacciai come questo, al di sotto dei 3500 m - che peraltro sono la maggioranza di quelli alpini - già alle condizioni attuali sono fossili climatici in totale disequilibrio con il clima odierno in rapido riscaldamento e a loro ostile, destinati a scomparire in tempi più o meno rapidi a seconda della loro dimensione, geometria, altitudine ed esposizione. L'estinzione del Ciardoney è probabile verso il 2050, o anche prima se – come atteso – le temperature aumenteranno ulteriormente. Più a lungo gli sopravviveranno i ghiacciai esposti a Nord del versante valdostano del Parco, e, a seconda dello scenario futuro di emissioni di gas serra e riscaldamento atmosferico, quelli dei grandi massicci dei Quattromila, dal Monte Bianco al Monte Rosa. Secondo i rilievi di una settimana fa, anche nell’estate 2025 il Ciardoney si è consumato un altro po’, nonostante le abbondanti nevicate primaverili, perdendo in media uno spessore prossimo al metro e mezzo. Davanti alla sua fronte è apparso un nuovo lago di fusione, e poco sopra un affioramento di rocce minaccia di smembrare la parte inferiore del ghiacciaio nel giro di pochi anni. Siamo testimoni di una trasformazione epocale: lo sapevamo fin dalle prime volte in cui si saliva lassù (nel mio caso, dal 1998), ma non immaginavamo che tutto sarebbe stato così rapido. Ora sul ghiacciaio è arrivata la prima neve d’autunno, ma chi vorrà visitarlo - prima che sia troppo tardi – potrà farlo la prossima estate, purché dotato di buone gambe, fiato ed equipaggiamento d’alta montagna: da Forzo (1178 m) al Bivacco Revelli (2610 m) sono quattro ore di sentiero, poi si prosegue per un’altra ora sulla traccia del Percorso glaciologico “Federico Sacco” che, da poco inaugurato, propone una serie di stop per scoprire l’ambiente glaciale e periglaciale circostante, inclusi alcuni cartelli indicanti le tappe del ritiro del ghiacciaio in vari periodi degli ultimi due secoli.
Il piccolo ghiacciaio Ciardoney del Gran Paradiso è uno dei più studiati delle Alpi occidentali
L'estinzione è probabile verso il 2050, o anche prima se – come atteso – le temperature aumenteranno ulteriormente






