Genova – Al microfono si avvicina un uomo che sceglie di rispondere alle domande delle difese e dell’accusa, benché il suo ruolo non sia solo quello di un semplice testimone. Perché è il marito della donna imputata per un omicidio che da quasi trent’anni è un giallo. Quello di Nada Cella, assassinata il 6 maggio del 1996 a Chiavari, nello studio del commercialista Marco Soracco per il quale lavorava come segretaria. Lorenzo Franchino è il marito di Annalucia Cecere, che all’epoca abitava nella cittadina del Tigullio e ora risiede con la famiglia a Cuneo, accusata di aver commesso quel delitto. Secondo l’accusa, per prendere il posto di Cella: quello lavorativo e, per chi indaga, anche nel cuore di Soracco, lui stesso a processo per favoreggiamento. Ieri Franchino ha testimoniato davanti alla Corte d’Assise di Genova presieduta da Massimo Cusatti. A chiamare l’uomo a questo compito sono stati i difensori di sua moglie, gli avvocati Giovanni Roffo e Gabriella Martini. «Mia moglie mi disse di essere stata una volta nello studio di Soracco, quando vendeva polizze assicurative e aveva cercato di piazzarne una anche a lui - spiega Franchino, rispondendo alle domande sul rapporto fra Cecere e il commercialista - Se mia moglie ha mai insultato la madre di Soracco in mia presenza? Mi sembra di no». Ricordiamo che inizialmente anche la madre di Marco Soracco, Marisa Bacchioni, era stata rinviata a giudizio per favoreggiamento (entrambi difesi dall’avvocato Andrea Vernazza), ma poi era uscita dal processo per incapacità ad affrontare il dibattimento. Inevitabili le domande a Franchino su quanto Cecere possa avergli detto della morte di Cella. «Ci frequentavamo dal ’97. Mi disse due parole a riguardo, che aveva subito una perquisizione ma che tutto si era risolto (Cecere fu indagata per pochi giorni, ndr). E la cosa finì lì. Poi più nulla fino al 2021, quando la polizia ci convocò in ufficio». Alla riapertura delle indagini. È il pubblico ministero Gabriella Dotto a introdurre il tema della mendicante, colei che, pochi giorni dopo il delitto, raccontò agli investigatori di aver visto una donna sporca di sangue uscire dal portone in cui aveva sede lo studio di Soracco, la mattina dell’omicidio: «Mia moglie mi ha sempre detto di non ricordarsene». La difesa invece punta sul contegno di Cecere, sulla sua impulsività: «Non ha mai alzato le mani su di me o nostro figlio, né si è mai sfogata rompendo qualcosa, ci tiene molto alla casa», dice il marito. In aula vengono ricordate le intercettazioni nelle quali Cecere minaccia l’uomo violentemente, insultandolo: «Mio figlio aveva inavvertitamente danneggiato un mobile in piena notte - spiega Franchino - E mia moglie si era molto arrabbiata. Ma non ha mai dato in escandescenza altre volte». La pm ricorda un’altra intercettazione, nella quale Cecere diceva al marito che avrebbe fatto una brutta fine e che se ne sarebbe andata: «Mi accusava di prendere le difese di mio figlio. Abbiamo avuto un momento difficile, ma si è risolto e stiamo ancora insieme». A testimoniare è stato anche Alexandre Vernengo, che con Cecere aveva avuto una relazione sentimentale iniziata «due settimane prima del delitto. In quei giorni mi chiamò sconvolta e spaventata perché disse che la polizia l’aveva perquisita e che le avevano detto che era coinvolta o sospettata - spiega - Le chiesi: “Ma c’entri qualcosa?”. E lei risentita: “Ma stai scherzando”». Vernengo viene più volte ripreso da Cusatti rispetto alla fine del loro rapporto e a un ricovero in ospedale di Cecere che, emotivamente, avrebbe dovuto toccarlo: «Ci allontanammo un po’ per questo, ma non per la questione dell’omicidio». È la pm a contestare questa affermazione, ricordandone una di segno opposto riferita dall’uomo agli investigatori nelle indagini del 2021. «Se ne andò da Chiavari perché mi disse che un po’ si vergognava di essere stata tirata in ballo per questa vicenda e perché aveva amici in Piemonte che l’avrebbero aiutata col lavoro - conclude Vernengo - Quando gliela presentai, a mia madre non le piacque molto». È l’avvocato Roffo a chiosare: «Ma sua madre restò illesa, giusto?». Fra i testimoni c’è anche Rossella Levaggi, professore ordinario a Brescia ma per «22 anni compagna di ballo di Soracco nella scuola che frequentavamo - dice - Fui io ad accompagnarlo alla cena sociale della scuola di ballo a Giacopiane». Un altro testimone aveva invece sostenuto di aver visto il commercialista con Cecere, in quell’occasione, prima del delitto. —
Processo Nada Cella, il marito di Cecere: “Mia moglie non è una violenta”
L’uomo ha risposto alle domande dell’accusa e dei difensori. Parla anche l’ex: “Le chiesi: “C’entri qualcosa?” E lei: “Scherzi?”






