Nel rileggere le cronache di vicende di violenza ai danni di persone inermi, capita di incontrare due definizioni tanto crude da richiamare i titoli di cupi racconti dell’orrore. O, meglio, di quel genere splatter, incline alla ricerca di effettacci macabri per compensare la carenza di talento degli autori. Eppure, espressioni quali "macelleria messicana" e "orribile mattanza" sono state utilizzate da funzionari dello Stato per dire lo sgomento davanti a crimini commessi da appartenenti alle forze di polizia, come nel caso della scuola Diaz (Genova, 21 luglio 2001) e del carcere campano (Santa Maria Capua Vetere, 6 aprile 2020). Di fronte a ciò, l’interrogativo di fondo, quello che più fatica a trovare una risposta, è il seguente: come può accadere che decine e decine di poliziotti e, tra loro, donne, padri di famiglia e persone presumibilmente mature, si dedichino con tanta "competenza professionale" a massacrare individui indifesi? Quale processo emotivo e mentale li induce a farsi, all’occorrenza, "volenterosi carnefici"? Se non si prova a rispondere a queste domande ultime e, in prospettiva, a de-costruire il clima psicologico e sociale e i modelli culturali dominanti all’interno delle carceri, è fatale che quanto già è accaduto si ripeta.
Dalla Diaz a Aldrovandi, quel male inestirpabile
R50 / Vent’anni fa, il 25 settembre 2005, lo studente diciottenne Federico Aldrovandi fu ucciso da alcuni poliziotti durante un controllo, in una notte ferrare…







