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Per molti anni da bambina ho sognato di diventare cieca. Entravo in una stanza illuminata che all’improvviso, chiudendo gli occhi, diventava buia, oppure camminavo in mezzo a paesaggi che mi erano invisibili, spostandomi a tentoni. A volte erano sogni più movimentati: per esempio cercavo di costruire una casa da sola, senza vedere. Raramente erano incubi, oscillavo tra lo stupore, la sfida e il gioco.

Quando mi svegliavo pensavo molto a quei sogni. Avevo pianto vedendo Anna dei miracoli (ancora oggi ricordo nei dettagli la scena in cui la sedicenne sordo-cieca Helen Keller, interpretata da Patty Duke, avanzava con gli occhi vuoti e le braccia protese verso la sua educatrice, Anne Sullivan, la donna dei miracoli) e cercavo in giro bambini non vedenti da conoscere.

Da adulta ho smesso di sognare di essere cieca, il mio rapporto con la cecità si è spostato su un piano più teorico, ho letto molti libri sul tema senza mai aver conosciuto un non vedente. Il primo è stato Giuseppe Tocco. Me lo ha presentato la nostra comune amica Francesca, dicendo «lui è il presidente e attaccante cieco della squadra sarda di baseball per ciechi»… baseball per ciechi? Come poteva un cieco giocare a uno sport in cui bisogna colpire al volo una pallina con una mazza? E come era possibile che esistesse una squadra in cui perfino il presidente non vedeva?