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23 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 15:10
Il lupo milanese incolpa l’agnello brianzolo da molti secoli, invertendo le parti della favola di Esopo: “spinti dalla sete, un lupo e un agnello sono giunti allo stesso rivo. Il lupo era a monte, in alto; l’agnello a valle, assai più in basso”. In età contemporanea, un solo governo aveva capito la questione apparentemente banale delle intemperanze del suo fiume: la colpa delle fastidiose e frequenti inondazioni cittadine non è l’avido consumo di suolo brianzolo, quanto la presunzione metropolitana. Tutti gli altri governi, locali e regionali, hanno preferito mascherarsi da lupo, ribaltando a monte le responsabilità di valle; e imponendo costosissime e impattanti casse di espansione la cui efficacia è mediocre, visto quanto successo a Tokyo il 10 luglio 2025.
Nel passato remoto, solo il governo austriaco riuscì a capire il Seveso. Nel Settecento infuriava la polemica tra chi voleva invasare le piene a monte della città e chi accettava la triste realtà: un fiume va regimato con generosità se vogliamo che attraversi la città senza fare danni. Sosteneva questa tesi uno dei maggiori esperti di idraulica dell’epoca, Giovanni Antonio Lecchi, gesuita milanese, idrografo imperiale al servizio di Maria Teresa d’Austria. L’architetto-ingegnere camerale, Dionigi Maria Ferrari, sosteneva invece la prima soluzione, scaricare a monte le responsabilità di valle. Seguendo la lezione del Lecchi, gli austriaci prolungarono il Seveso a valle fin quasi a Melegnano, battezzandolo Redefossi. Il costo dell’opera era elevato (un milione di lire milanesi) ma l’imperatore Giuseppe II, figlio di Maria Teresa, si affidò al realismo: la cifra era comunque inferiore al costo di una delle ricorrenti esondazioni. Dopo meticolose indagini tecniche, i lavori iniziarono nel 1783 e furono terminati in tre anni.













