Se otto anni vi sembran pochi... La richiesta con la quale si è concluso in prima istanza (ora ci sarà l’appello) il processo a Ciro Grillo e ai suoi amici accusati del più terribile dei reati, lo stupro verso una giovane donna, va al di là di ogni aspettativa. Una vera tragedia per i giovani accusati perché la loro vita non sarà più la stessa di prima, per i familiari, soprattutto per la vittima, a cui è stata pure tolta un bel po’ di quella gioia di vivere che dovrebbe accompagnare la giovane età. Di fronte a cotanto destino, la pietà umana impone il silenzio e il rispetto e a parlare è giusto che sia la sola giustizia degli uomini, che non è quella di Dio e pertanto è anch’essa imperfetta. Ma è indubbio che la tragedia per Beppe Grillo è non solo familiare, ma anche politica. E possiamo ben dire che con essa si consuma definitivamente una parabola che già lo aveva visto negli ultimi tempi in una fase discendente, sopraffatto da quel Conte che era stata una sua creatura e che di forza ha preso in mano il movimento.
Considerata dal punto di vista della sua conclusione, quella vicenda, che nel bene e forse ancor più nel male ha segnato più di tre lustri di vita politica nazionale, assume il sapore di una dolorosa nemesi. Che chi ha concepito il partito della legalità cada per mano della legge, e poco importa che sia per l’interposta responsabilità di un figlio, ha qualcosa della tragedia antica. E Grillo ha vissuto sicuramente quel conflitto interiore fra la legge e l’amore filiale, fra l’ideale della legalità che aveva trasposto in politica e la testarda volontà paterna di difendere fino all’ultimo l’innocenza del figlio, che lo ha consumato. Quello che abbiamo visto all’opera in questi ultimi anni era un leader indebolito, poco lucido, a un certo punto quasi rassegnato non solo alla cessione di tutto il suo potere, ma addirittura alla trasformazione del progetto politico che aveva concepito insieme a Gian Roberto Casaleggio, dandogli anima e corpo.











