Tanto rumore per nulla: la telefonata era già scritta. Xi e Trump si sono parlati ieri pomeriggio e nessuno si aspettava sorprese. Era la sceneggiatura perfetta di una coppia in crisi: litigiosa, rumorosa, incapace di separarsi davvero. Lui – Donald – ha sfoderato il solito tono da macho ferito, minacciando dazi e sfracelli. Lei – Xi – ha ribattuto con fermezza, rivendicando sovranità e stabilità, ma senza chiudere la porta. Entrambi avevano bisogno l’uno dell’altro e lo sapevano: il divorzio, adesso, sarebbe stato un suicidio.

Trump avrebbe voluto liberarsi della Cina una volta per tutte, ma la realtà non glielo permette. Gli agricoltori americani faticano a vendere la soia, la manifattura dipende in larga misura da materie prime e terre rare cinesi, e una rottura totale avrebbe rischiato di far esplodere i prezzi interni.

Xi, dal canto suo, non può permettersi di rinunciare al mercato statunitense: i dati su Pil e domanda interna di inizio settimana confermano che il “cavallo” della crescita domestica non beve più. A peggiorare il quadro, in agosto il tasso di disoccupazione giovanile nella fascia 16-24 anni (esclusi gli studenti) è salito al 18,9%. Un dato che fotografa milioni di giovani cinesi senza lavoro, pronti a riversarsi sui social per esprimere il loro malcontento: una mina sociale che il Partito non può permettersi di far esplodere. La stabilità politica è il vero mantra di Pechino, e un’intera generazione ferma rischia di diventare il tallone d’Achille della seconda economia mondiale. È in questo contesto che va interpretata la telefonata tra Trump e Xi.