Nel caotico contesto italiano è nata la proposta, avanzata ieri a Napoli durante il Forum della Blue Economy promosso dal Secolo XIX, di un “decreto mare”
Il porto di Napoli (foto d'archivio)
L’Italia è un Paese che vive di mare ma che fatica a governarlo. Lo dimostrano i suoi porti, imprigionati in una cornice normativa vecchia e incompleta: la riforma della legge 84/1994, attesa da anni e avviata dal ministro Graziano Delrio, si è fermata a metà, mentre oggi la politica fatica perfino a nominare i vertici delle Autorità di sistema. Una difficoltà che è diventata il simbolo della lentezza decisionale. Servirebbero (così dice la legge) figure di indiscussa competenza, capaci di affrontare le sfide internazionali, ma troppo spesso prevalgono logiche di appartenenza politica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: commissari che rimangono in carica oltre i tempi previsti, processi decisionali che si allungano, credibilità del settore che si indebolisce.
A rendere la situazione ancora più complessa è la proliferazione di norme contraddittorie. Regole nazionali e locali si accavallano senza coerenza, mentre troppi soggetti si sentono legittimati a emanare nuove disposizioni: ministeri, enti, agenzie. Ne deriva un sistema frammentato che rischia di trasformarsi in anarchia normativa, allontanando i tanti investitori che chiedono certezze e tempi rapidi. Basta guardare oltre i nostri confini per capire come chiarezza e visione possano fare la differenza. In quasi tutta Europa gli operatori hanno saputo attrarre capitali e finanziare piani di sviluppo attraverso strumenti di mercato, regole semplici e un quadro istituzionale trasparente.







