Lo avevano promesso e alla fine lo hanno fatto per davvero. Hanno bloccato la città dai viali all’A14, passando per la tangenziale. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza lunedì mattina per la Palestina, come non se ne vedevano da anni. Si sono «presi le chiavi di Bologna», come gridava qualcuno sotto al ponte di Stalingrado facendole tintinnare.
Difficile contarli. Cinquantamila secondo gli organizzatori, quindicimila per la questura, realisticamente almeno trentamila. Un fiume di famiglie coi bambini, neonati nel marsupio, insegnanti, lavoratori e pensionati, nonne con la kefiah, classi delle elementari con la bandiera palestinese disegnata a pennarello sui fogli bianchi. Poi casalinghe velate, medici, camerieri, educatori. Ragazze e ragazzi che si guardavano attorno con gli occhi lucidi, come se finalmente le cose fossero tornate al loro posto. Anche l’indignazione.
C’è la studentessa con scritto a matita nera sulla guancia “free Palestine” e la 90enne che dice: «Gaza è peggio dell’Olocausto, perché quello l’abbiamo visto solo alla fine, mentre questo lo vediamo tutti i giorni». Ci sono i genitori che hanno portato i figli di quattro anni «perché si rendano conto».
Alle undici e mezza, quando la testa del corteo è già in via Marconi, la coda è ancora ferma in via Rizzoli a cantare coi tamburi: «Per la Flottila/che va per mare/se la toccate/è sciopero generale».














