VENEZIA - I passamontagna a incorniciare il volto, gli occhiali da sole a proteggere la vista, il cappuccio dei k-way sulla testa. Avanzando con un enorme striscione con la scritta “Stop al genocidio”, la falange di manifestanti infrange la barriera di uniformi e avanza. Quattro getti d’acqua ad alta pressione vengono sparati contro le prime file di attivisti, le fanno indietreggiare di un centinaio di metri appena, finché tutti non si siedono sulla carreggiata a gambe incrociate e mani in alto. Solo allora gli idranti sono stati spenti. È una delle istantanee in grado di raccontare la manifestazione di ieri (22 settembre), a cui hanno preso parte oltre 15mila persone provenienti da ogni parte del Veneto e anche da fuori regione. Tutti insieme, al grido di “Palestina libera”. L’obiettivo questa volta non era bloccare il principale accesso a Mestre, come era stato sabato. Ieri i centri sociali del Nordest volevano prendersi il porto, impedire alle navi dirette in Israele di partire e fermare le merci che dallo scalo veneziano raggiungono il Medio Oriente.
La marcia verso il porto è iniziata verso le 10 del mattino da piazzale Giovannacci, a Marghera. I centri sociali Morion di Venezia, Pedro di Padova, Django di Treviso, Bocciodromo di Vicenza e Bruno di Trento si sono messi a guidare una rivolta a cui inizialmente si erano solo accodati, spalleggiando l’iniziativa proclamata dalle sigle sindacali Cobas e Usb, che poi sono finite invece in coda al corteo. Del resto, lo promettevano da giorni attraverso i social: “Prenderemo il porto, bloccheremo le partenze”, una dichiarazione d’intenti che però la Questura di Venezia non poteva autorizzare.












