C’era un tempo in cui ai Mondiali di atletica l’Italia si aggrappava alla marcia per restare nel libro delle medaglie. La grande scuola azzurra - da Maurizio Damilano a Didoni, da Brugnetti a Stano, fino a Palmisano e Giorgi - teneva viva la tradizione, con la sensazione che oltre a quei chilometri scanditi dal rumore dei passi non ci fosse molto da festeggiare. E gli ori?
Sempre grazie ai marciatori e a atleti come Fiona May, poi la traversata del deserto: dopo Giuseppe Gibilisco a Parigi 2003 con l’asta, abbiamo atteso diciannove anni, fino a Eugene 2022, per rivedere il tricolore sul gradino più alto grazie alla marcia di Massimo Stano. Poi, finalmente, la stagione dei sorrisi: Tamberi oro a Budapest 2023, Furlani oro a Tokyo 2025.
Nel mezzo le gioie olimpiche di Tokyo. Da quell’attesa si è passati a un Mondiale che segna una svolta. A Tokyo l’Italia ha conquistato sette medaglie-1 oro, 3 argenti e 3 bronzi - piazzandosi sesta nel medagliere per punti. È il miglior risultato di sempre, non solo per la quantità, ma per la distribuzione: non più un settore solo, ma più specialità capaci di arrivare fino al podio. È la fotografia di un movimento che cresce in larghezza e profondità.
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