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22 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 8:07
Urlata, scritta su striscioni, utilizzata come hashtag. La frase “Ni una màs” (“Non una di meno”), è uno dei simboli delle battaglie contro la violenza sulle donne. Corre da una piazza all’altra, da un Paese all’altro, unisce vite e storie diversissime nel nome di una lotta comune. Per la maggior parte delle narrazioni, l’origine di questa frase si ritrova in un collettivo Argentino che nel 2015 cominciò a usarlo come slogan. Ni una mas, ni una menos. Non una morta in più, non una donna di meno. C’è però un prima, una voce che quelle parole le ha dette in anticipo di quasi vent’anni. Le ha urlate, come ha urlato una libertà che poi ha pagato con la vita.
Era la voce di Susana Chávez Castillo, poetessa messicana di Ciudad Juarez, quella che è conosciuta come la “città più pericolosa del mondo”. Una città dove Susan è nata e cresciuta, dove ha scritto, parlato, raccontato. La città dove è morta, uccisa in una città che conta decine di femminicidi ogni anno. La vita di Susan Chávez si è fermata il 6 gennaio 2011, a 36 anni. Quando l’hanno trovata al suo corpo mancava una mano, forse per cancellare fisicamente quell’arto che le aveva permesso di scrivere e descrivere, raccontare. Perché quei 36 anni Susana li aveva passati a fare questo, a usare le parole. Figlia del suo tempo, nei primi anni 2000 Susana apre un blog: “Primera tormenta”, ovvero “prima tempesta”. È la sua voce regalata al mondo, a quel web che permette a tutti di raccontarsi. Fermo al 2005, il Blog di SuChaCa, il nome che aveva scelto per la sua vita in rete, è ancora lì, testimone del suo passaggio sulla terra, del suo tempo mortale.






